Può capitare a tutti quelli che vanno in tv di lasciarsi andare ad affermazioni goffe o sbagliate. Però se sei un politico, che ti piaccia o meno, devi poi accollarti le conseguenze, tanto più se invece di una battuta infelice hai fatto un vero e proprio ragionamento di quelli che fanno saltare sulla sedie chi li ascolta. È accaduto alla ministra Fedeli, intervistata l’altro giorno a Tagadà, in merito al tema – giustamente rovente – dell’obbligo per i genitori di andare a prendere i ragazzi a scuola fino alla fine delle medie, ossia fino ai 14 anni di vita.

La ministra ha dichiarato di essere una donna che rispetta le leggi, e fin qui ci poteva pure stare: in effetti esiste una legge sull’abbandono dei minori sotto i quattordici anni che alcuni giudici hanno interpretato in maniera restrittiva nei confronti di insegnanti e presidi, che oggi assurdamente rischiano da sei mesi a cinque anni di carcere se un ragazzo delle medie si fa male tornando a casa. Situazione peggiorata dopo una recente sentenza della Cassazione, che ha condannato effettivamente un preside e un docente per la morte di un bambino numerosi anni fa.

Ma la ministra, consapevole della rivolta che cresceva in rete, della lettera aperta di un gruppo di illuminati presidi romani e di una petizione su Change.org i cui numeri salgono di ora in ora, avrebbe potuto anche prendere parzialmente le distanze e criticare gli effetti paradossali, se non grotteschi, di questa legge: che sancisce, unica in Europa, che ragazzi alti pure un metro e ottanta, che se ti menano ti possono pure fare del male, dotati di smartphone sofisticati caricati con le ultime mappe digitali, che magari hanno pure il motorino, non possano tornare a casa da soli, quando il pomeriggio escono per andare dove vogliono.

Di più, la ministra ha chiamato in causa persino i nonni, dichiarando che andare a prendere i nipotini a scuola è tanto bello (ma lei non lo fa) e riproponendo così uno stanco stereotipo, legato a un’Italia che non c’è più, secondo cui i nonni italiani, che magari abitano chissà dove, non avrebbero altro desiderio che andare a prendere i nipoti tredicenni. Nonni che, tra l’altro, per com’è la situazione demografica del paese, quando i nipoti sono alle medie sono purtroppo defunti oppure decrepiti (ma questo nel quadretto idilliaco è stato ovviamente omesso).

Allora non c’è dubbio: questa normativa, ribadita in numerose circolari di presidi terrorizzati, è assurda e sbagliata, perché ostacola l’autonomia dei nostri figli, quella che pensiamo illusoriamente di costruire mandandoli a fare mille attività pomeridiane. Figli che, anche per colpa di genitori sempre più ansiosi e terrorizzati – madri e padri di figli unici e per questo da proteggere fino all’inverosimile – sono tra i più dipendenti d’Europa, come dicono le statistiche, ma basta viaggiare per rendersene conto (ho visto bambini di sette anni prendere la metro a Vienna e non solo).

Che si tratti di città più sicure è tutto da vedere, perché un conto è Roma o Napoli o Palermo, magari, ma se abiti a Modena, Parma o in provincia dov’è il rischio? Non solo: questa legge carica ulteriormente famiglie ormai totalmente schiacciate sotto il peso dei mille bisogni di figli sempre più complicati e faticosi da gestire, specie in un’epoca di crisi economica e scarso lavoro. Figli che chiedono ogni giorno di più, perché la società li vuole consumatori sempre più esigenti, e che restano sulla spalle di chi li ha messi al mondo per troppi, lunghissimi anni. Mentre un tempo – quasi da rimpiangere – erano di aiuto, perché andavano a lavorare prestissimo o comunque svolgevano mille mansioni in casa e fuori casa.

Ma allora perché non schierarsi con Renzi, il quale si è dichiarato “allibito” per questa normativa e ha chiesto immediatamente di cambiarla?  Anzitutto per la modalità: ha dell’assurdo che il segretario Pd affidi il suo ragionamento a un messaggio Facebook in cui scrive “Il mondo politico parla di legge elettorale, Banca d’Italia, polemiche. Ma basta entrare in una chat di genitori delle medie per capire che stamane non si discute d’altro”. Come se lui, incredibilmente, non fosse in prima fila proprio sui fronti citati, ma un semplice genitore ignaro. Ma siamo in campagna elettorale, e i genitori sono svariati milioni, quindi meglio intestarsi la polemica e guadagnare facile consenso. Farlo così, però, è facile e demagogico. Non solo. Elude un problema che comunque esiste, che è molto più ampio della questione del riaccompagnare i figli a scuola e che la Buona Scuola non ha neanche sfiorato. Ossia il fatto che gli insegnanti italiani, proprio come i medici, sono ormai terrorizzati dalle cause che possono loro piovere in testa per qualsiasi cosa.

“Io agisco ormai per difendermi, più che per promuovere i miei obiettivi educativi”, mi spiega una maestra che pure il suo lavoro lo fa con passione. “Se arriva una nonna a prendere il bambino, e il bambino la chiama tale, ma lei non ha la delega, io non glielo do. Se i bambini scendono in giardino, io non gli faccio fare quasi nulla, nel terrore che si facciano male. Se io voglio fare un esperimento a scuola, non posso farlo oppure se lo faccio non posso lasciarli avvicinare. Se io chiedo a un bimbo di andarmi a prendere un caffè alla macchinetta a dieci metri dalla classe – loro si divertono un mondo – lo faccio a mio rischio e pericolo. Qualsiasi cosa accada, pure che cada dalle scale, noi ci andiamo di mezzo, penalmente. Siamo l’ultima ruota del carro, quella su cui si scaricano tutte le responsabilità. Insegnare così è diventato impossibile”.

Il discorso sarebbe lungo. Ma quello che emerge è che, al di là della sparata polemica di Renzi contro una ministra del proprio partito, ciò che servirebbe è un ragionamento molto più ampio sul rapporto tra libertà dei ragazzi e responsabilità degli insegnanti. I primi dovrebbero poter sperimentare di più, invece di vivere in scuole-gabbia dove tutto è impedito, persino che vengano i genitori a insegnare ciò che sanno (molti presidi lo proibiscono). I secondi dovrebbero poter lasciare liberi i propri alunni di sperimentare, senza rischiare il carcere per una botta o una ferita. O per aver lasciato andare due fratelli a casa da soli, magari in un edificio talmente vicino da essere visibile persino dalla scuola.