Mannaggia, sono sempre i migliori che se ne vanno. A fare altro, ovviamente. Emulando i Monty Python a teatro o cazzeggiando in radio. O regalando un ultimo singolo, “Licantropo vegano”, che è “solo” la sapida cover in salsa meneghina di “Werewolves of London” targata Warren Zevon mischiata con “Sweet Home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd così come fu riletta da Kid Rock in “All Summer Long”. Una bazzecola, no? Animo: quello del 19 dicembre ad Assago non sarà un funerale, ma il “concerto definitivo” di Elio e le Storie Tese, che dopo 37 anni insieme avranno pur diritto a essersi rotti i coglioni di sentirsi dire che sono i migliori del mazzo. Perché gli EelST non sono i migliori: semplicemente non hanno mai avuto competitori nell’asfittico, serioso, pallosissimo circuito della musica italiana. Dove in troppi si sentono dei giganti, ma al massimo sono quelli ingaggiati con le ballerine per sollazzare i potenti e il popolino. Gli Elii si sciolgono perché il loro tempo è scaduto: i giovani non sono più i post-paninari con le Tepa ai piedi degli anni Novanta e i gettoni telefonici in tasca, ma i Millennials che amano imbesuirsi con le cuffiette, un poppettino via l’altro, sette-otto secondi di ascolto e poi via con il prossimo rapper che bercia qualcosa di dimenticabile, figurarsi se mantengono la concentrazione per godersi pezzi di sette-otto minuti che macinano via tutti i clichè, spaziando liberi dal free-rock alla dance satirica, dalla presa per i fondelli etno alla sceneggiata napoletana, in una perenne affabulazione da comedy dove il colpo di genio – irrispettoso di tutto e tutti, politicamente scorretto – schizza a ogni verso, a ogni rimando. Gli Elii si sciolgono perché la loro musica era già fluida, anzi liquida, e loro inafferrabili, sornioni e adorabilmente pigliaperilculo. Si sciolgono perché temono che a tanti sia passata la voglia di sorridere ascoltando musica che nei passaggi migliori è zappiana più di quella di Frank Zappa. Un repertorio euforizzante firmato Storie Tese: se leggessero queste note direbbero che non abbiamo capito un cacchio, ora e mai, nel valutarli. E avrebbero ragione. Con loro, le etichette finiscono nella pattumiera. E pure i critici tromboni.

Ma poiché nel loro sito hanno chiesto al pubblico di contribuire alla scalettona di Assago inviando suggerimenti, ecco qualche pezzo che a nostro sindacabilissimo giudizio non dovrebbe mancare (e probabilmente non mancherà) dallo show di commiato. In ordine sparso:

Servi della gleba-Tapparella-Fossi figo medley” – “…a testa alta/Verso il triangolino che ci esalta/Niente marijuana né pasticche/noi si assume solo il due di picche”. La tragedia di un uomo ridicolizzato dall’ormone. Il funk che pompa l’infondato ottimismo di un ragazzo in vista dell’appuntamento decisivo, poi il triste epilogo, il racconto depistante e giustificatorio da fare agli amici perfidamente curiosi. Ne esci umiliato e offeso, e per giunta ti arrendi a fare da tappetino per le tresche della tipa, il consigliere-psicologo di quella che ti ha scartato per uno più cool di te. Succede perché ti porti dietro il trauma delle feste delle medie alle quali non ti invitano mai, neppure se porti i dischi per i lenti. L’amore ai tempi in cui te la dovevi rischiare in 3D, prima delle tane immateriali dei social. L’educazione sentimentale nella cripta buia del dio Onan. Siamo (stati) tutti degli immalinconiti servi della gleba, una volta o l’altra.