Vincere oppure perdere – i concetti attraverso i quali il comandante e il suo cronista s’accostano alla battaglia – non sono affatto gli stessi ai quali gli uomini alle dipendenze del comandante valuteranno la loro partecipazione alla battaglia stessa”. Con questa affermazione dello storico militare britannico John Keegan si apre Caporetto (ed. Il Mulino), il saggio storico scritto da Nicola Labanca che propone un’angolazione inedita della celebre sconfitta, e annessa ritirata dell’esercito italiano per una quindicina di giorni dal 24 ottobre al 9 novembre 1917, della Prima Guerra Mondiale: la voce di soldati semplici e sottufficiali. Non che la soluzione proposta da Labanca grazie allo scandaglio delle testimonianze (“centinaia e centinaia di voci dei combattenti italiani”) raccolti nei faldoni della commissione d’inchiesta su Caporetto istituita dal governo Orlando nel 1918, commissione mista di parlamentari e funzionari militari, abbia messo la parola fine ad uno dei più oggettivi insuccessi militari della storia italiana. Di certo però il lavoro edito da Il Mulino “solleva le nebbie di guerra” e mette in luce la pluralità di voci e punti di vista, la sensibilità e la singolarità di una guerra sanguinosa vista dal basso, dopo che a dettare le legge ufficialmente su quella ritirata su quella frattura clamorosa sul fronte orientale italiano rimase impresso il marchio dell’iroso bollettino dello Stato Maggiore con le parole altrettanto irreprensibili del generale Luigi Cadorna: “La mancata resistenza di reparti della 2ª Armata vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”.

Intanto Labanca ricorda che da Tolmino a Plezzo, passando da Caporetto, il fronte era definito da qualunque soldato come “tranquillo”. Ce n’è uno perfino che ricorda alla commissione: “Lungo la strada che andava a Codroipo, e che io percorrevo spesso per ragioni di servizio, non mi accorsi mai che esistessero delle trincee”. L’attacco austro-tedesco la notte del 24 ottobre fu davvero imprevisto e sorprendente. Il blitz consentito dall’afflusso di fresche truppe tedesche smobilitate del fronte russo fu curato nei dettagli mesi prima. Sul fronte occidentale del Trentino si finse un’offensiva fasulla mostrando l’arrivo di fanti e artiglieria tedesca, quando tutto invece venne poi segretamente spostato ad Est, dove a molti soldati tedeschi venivano perfino fatte indossare giubbe militari di soldati austriaci per confondere gli italiani in vedetta.

In poche ore di martellante artiglieria, di lancio di gas, gli austro-tedeschi concentrarono l’attacco della fanteria in alcuni punti precisi dove non trovarono che pochissima resistenza. Giocoforza gli attaccanti oltrepassarono le linee italiane, accerchiarono la seconda armata del generale Capello e misero in fuga gli altri corpi d’armata del fronte orientale. Un fuggifuggi durato 150 chilometri fino al Piave che le testimonianze dei soldati ricordano come “caos”, “mancanza di collegamenti con gli ufficiali superiori”, cosicché per evitare la prigionia “avevano preso la strada delle retrovie”. E se Cadorna tradusse tutto come viltà del singolo, corrotto dal bolscevismo e pacifismo imperante tra operai e contadini diventati soldati, l’impreparazione strategica e strutturale dell’esercito nel punto dello sfondamento pare un dato di fatto evidenziato proprio da chi quella guerra la subì in prima persona e non dal comando generale di Udine.

Anche nelle testimonianze rese alla commissione dai sottufficiali e dagli ufficiali inferiori, quelli più vicino nelle trincee alle truppe che agli alti comandi, il senso non cambia: impreparazione logistica nel formare retrovie e mancanza di ordini precisi dal comando (che arrivarono sostanzialmente solo il 28 ottobre). Un tenente parlò di “qualche fucilata al massimo” e che i suoi soldati poi erano stati aggirati dagli austriaci, un capitano di fronte ai suoi soldati spiegò che “egli e i suoi uomini rimasero senza ordini, in balia di loro stessi” quindi vennero via tutti assieme.

Salendo di grado e arrivando fino a quei generali che facevano fucilare i “fuggiaschi”, o come il generale Rossi che da cavallo ne picchiava alcuni con il suo bastone, l’osservazione della disfatta di Caporetto cambia di senso. Il generale Di Giorgio parlò, riferendosi ai fanti italiani, di “folla ributtante”. Il generale Ferrero addusse motivazioni d’ordine in strada: “I carabinieri non avevano predisposto una buona polizia stradale”. Ma ci furono generali che alla commissione confessarono che in quelle ore “all’esercito mancava tutto”, dai viveri alle munizioni e perfino i cavalli. Insomma la disfatta e ritirata da Caporetto secondo i risultati delle testimonianze rese alla commissione d’inchiesta sembrano apparire ben altro rispetto alle motivazioni che Cadorna rese pubbliche anche successivamente alla sua “sostituzione” con il generale Armando Diaz, negli infiniti memoriali pubblicati a guerra finita e durante gli anni del fascismo con Mussolini che lo elogiò celebrandolo “maresciallo d’Italia”.

Come scritto nell’altro volume edito dal Mulino, Il Capo, scritto da Marco Mondini, Cadorna aveva ben in mente le “cause morali del disastro di Caporetto”: “Si riepilogano in due (…) la indisciplina del Paese giunta oramai ad uno stato cronico, e la debolezza del governo, molto scaduto, perciò, di autorità e prestigio”. Testimonianze di soldati, sottufficiali e ufficiali, peraltro diventate pubbliche soltanto pochi anni fa, iniziano quindi solo ora ad aggiungersi ad un altalenante percorso di rievocazione degli eventi storici della prima guerra mondiale, e nella fattispecie dell’onta di Caporetto, che in Italia ha registrato luci e ombre nella ricerca a seconda dei decenni. Labanca, però, conclude il suo saggio con una puntualizzazione nient’affatto conciliante, soprattutto con quella saggistica più “politica” tesa a recuperare lo sguardo del represso rifiuto radicale dei combattenti in voga fin dagli anni di cesura sul tema tra i Sessanta e i Settanta; confermando che il tentativo del suo lavoro è stato quello di redazione di un primo sommario ordine su dati storico-militari che rischierebbero di non venire mai alla luce. “Oggi l’allargamento dello sguardo si rovescia in una frantumazione della prospettiva, che finisce col perdere di vista la politica e la strategia che portarono a Caporetto. E la storia militare stessa si perde. Infatti anche per questo, nello specifico, gli storici studiano i tempi di Caporetto più che Caporetto in sé, dimenticando cioè le dinamiche della battaglia (…) La conseguenza è che, fra tanti filoni nuovi di interesse, di Caporetto, tutti possono dire di tutto, tranne che cose precise sulla rottura del fronte e sulla rotta. La frantumazione, ecco, impera”.