Luca Zaia vola oltre il quorum per l’autonomia. E si trascina dietro pure Roberto Maroni, che si deve accontentare di un risultato ben più modesto. Affluenza definitiva al 57,2% in Veneto, stimata intorno al 38-39% in Lombardia, dove all’alba non è ancora disponibile un dato finale nonostante il voto elettronico. Il risultato del referendum nelle due regioni a guida leghista si giocava tutto sul numero di votanti, perché se c’era una cosa scontata era che il sì avrebbe stravinto. E il sì ha stravinto, con il 98% nella regione governata da Zaia e il 95% in quella di Maroni. “Avremo più forza negoziale con il governo”, hanno sempre risposto i due governatori alle critiche di aver speso una barcata di soldi per sentirsi dire dalle urne quello che già sapevano. E quella forza negoziale l’hanno subito ostentata poco dopo la chiusura delle urne.

“Chiederemo queste 23 competenze, il federalismo fiscale, i nove decimi delle tasse, perché vogliamo essere come Trento e Bolzano”, ha dichiarato Zaia, andando al di là del mandato referendario, visto che la Costituzione consente alle regioni di negoziare maggiore autonomia in 23 materie, come per esempio istruzione e ambiente, ma non di toccare i residui fiscali, e cioè la differenza tra le tasse pagate in regione e quanto restituito dallo Stato in termini di servizi. Non si è tirato indietro Maroni, parlando di un “mandato storico che i milioni di lombardi mi hanno dato per avere l’autonomia vera: andare a Roma a chiedere più competenze e risorse per la Lombardia, nell’ambito della unità nazionale”. Prima di giocare pure lui con i limiti del concesso, quando ha fatto riferimento al “riconoscimento della Lombardia come Regione speciale”. Di nuovo sull’onda della propaganda di cui ha fatto uso a piene mani nella campagna referendaria e, ben prima, alle elezioni regionali di quattro anni fa, quando annunciava a ogni dove l’inutile promessa che con lui governatore il 75% delle tasse pagate dai lombardi sarebbe rimasta in Lombardia.

Che di vittoria dei referendum si sia trattato, lo ha subito riconosciuto il governo: “L’esito conferma l’importante richiesta di maggiore autonomia per le rispettive regioni. L’esecutivo, come ha sempre dichiarato anche prima del voto di oggi, è pronto ad avviare una trattativa”, ha detto dopo la chiusura delle urne Gianclaudio Bressa, sottosegretario per gli Affari regionali ed esponente di quel Pd che sulla consultazione si è diviso tra gli appelli all’astensione, i sì di gran parte degli esponenti veneti e quelli dei maggiori sindaci lombardi, tra cui Giuseppe Sala e il candidato in pectore alle prossime regionali Giorgio Gori. Una trattativa, ha precisato Bressa, “per definire le condizioni e le forme di maggiore autonomia e le relative, necessarie, risorse finanziarie, come del resto sta già avvenendo con la regione Emilia Romagna, che ha già approvato una legge di attuazione dell’articolo 116 comma III della Costituzione”.

Già, perché al tavolo con il governo Zaia e Maroni sarebbero potuti andare a sedersi anche senza referendum, nulla glielo avrebbe impedito. E avrebbero pure risparmiato un bel po’ di soldi: 14 milioni in Veneto e oltre 50 in Lombardia, dove a far lievitare i costi sono stati i 23 milioni necessari per comprare i 24mila tablet per sperimentare per la prima volta in Italia il voto elettronico. Soldi nemmeno spesi così bene, se i dati sull’affluenza che in Veneto sono arrivati puntuali alle scadenze delle 12, delle 19 e delle 23, in Lombardia ci hanno messo ore per essere annunciati. E se alle due di notte il segretario di un seggio in zona Turro a Milano lamentava: “Siamo chiusi nella scuola e siamo bloccati in attesa che ci dicano di andare a casa. Dopo la fine di tutte le operazioni dobbiamo attendere di ricevere la conferma che la lettura delle penne usb, che contengono i dati del voto dei singoli tablet, sia andata a buon fine. Può essere che un tablet che dovrebbe snellire i processi invece li ha evidentemente appesantiti?”.

Problemi che scoprono il fianco di Maroni ad altre critiche, oltre a quelle sul non esaltante dato di affluenza, benché superiore all’obiettivo al ribasso del 34% annunciato dal governatore qualche giorno fa: “Con tutti i soldi spesi e gli sforzi comunicativi, sfociati in vere e proprie forzature, l’affluenza è al di sotto del 40%”, ha fatto notare il segretario lombardo del Pd Alessandro Alfieri. Ha parlato invece di affluenza “sopra le aspettative”, ma danneggiata dalle “strumentalizzazioni di Maroni”, Stefano Buffagni, consigliere regionale di quel M5S che, nonostante una certa freddezza dei vertici nazionali, ha appoggiato la consultazione sia in Veneto che in Lombardia, dove si è fatto addirittura estensore del quesito e propositore del voto elettronico.

Il voto, infine, ha un’ultima conseguenza. Nonostante l’entusiasmo espresso pubblicamente dal segretario della Lega Matteo Salvini, qualche equilibrio interno rischia di spostarsi. Rinvigorendo quei mal di pancia che nelle valli molti militanti difficilmente riescono a nascondere, dopo la svolta nazionale imposta al movimento da Salvini. E illuminando Zaia di una luce che rischia di gettare ombra sul suo segretario. Non è dunque un caso che, per non far crescere troppi equivoci, Zaia si sia subito affrettato a negare qualsiasi interessamento a ruoli di governo: “Io non potrei lasciare un presidio come il Veneto. Questa manfrina della mia candidatura a livello nazionale mi ha danneggiato in questi mesi nelle trattative”. Mentre è toccato a Maroni dover precisare che “il referendum non è in contrasto con il progetto nazionale della Lega e non mette in difficoltà lo sviluppo della Lega al Sud”.

@gigi_gno