“Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo Maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Pecca, l’ultimo sopravvissuto alla strage dei contadini di Portella della Ginestra, avvenuta il 1 maggio del 1947. “Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare“. “A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Pecca -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame“. “Un mese dopo successe però una cosa importante – dice con orgoglio -. Tornammo qua a commemorare i morti senza paura. “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ’52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti”. Settant’anni dopo la memoria è ancora viva, e al ricordo segue un appello: “Quei morti vanno ricordati ancora, perché la mafia è sempre forte. Prima era nelle campagne, ore è nei palazzi”  (Commissari – Ansa)

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