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La lezione di Manganelli che stiamo dimenticando: di sicurezza si occupa la polizia, non la politica

Dopo il G8 di Genova la gestione della sicurezza pubblica venne ripensata: meno emergenza, più gestione e dialogo. Oggi quell'insegnamento si sta lentamente affievolendo
La lezione di Manganelli che stiamo dimenticando: di sicurezza si occupa la polizia, non la politica
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Ci sono momenti nella vita delle istituzioni che segnano un prima e un dopo. Per la politica della sicurezza italiana fu il G8 di Genova. Quel 2001 fu la dimostrazione che l’ordine pubblico non può essere governato da chi non possiede una conoscenza profonda dei fenomeni, maturata attraverso anni di esperienza diretta e responsabilità operativa di piazza. In quella stagione emersero tutti i limiti culturali di una filiera di comando imposta dal centro che si sostituì alle autorità locali (Prefetto e Questore) nella definizione delle strategie di intervento. A guidarla erano dirigenti di indiscusso valore ma privi di quella visione complessiva dei fenomeni che solo un percorso professionale compiuto, culminato nelle funzioni di Questore, consente di acquisire.

Antonio Manganelli, divenuto Capo della Polizia nel 2007, comprese che non sarebbe bastato correggere qualche procedura ma occorreva cambiare paradigma. La sua fu una rivoluzione culturale e organizzativa, rilanciata poi da Franco Gabrielli. La sicurezza non doveva più essere concepita come gestione dell’emergenza o esercizio della forza ma comprensione dei fenomeni per prevenirli, governarli e, quando necessario, affrontarli con professionalità, equilibrio e autorevolezza. Da quella intuizione nacque una stagione nuova. Priorità fu data alla formazione e all’intelligenza operativa. La gestione delle manifestazioni pubbliche venne ripensata. Il dialogo non fu interpretato come un segno di debolezza ma come la più alta espressione della forza dello Stato e l’autonomia professionale tornò a rappresentare un valore.

Soprattutto, tornò centrale una parola che dovrebbe guidare ogni amministrazione pubblica: il merito, criterio di scelta delle persone cui affidare le funzioni più delicate. La Polizia recuperò autorevolezza e fiducia, tornando a essere fra le istituzioni più apprezzate del Paese. Ed è proprio questo il punto che dovrebbe far riflettere. Le istituzioni diventano credibili non perché comunicano meglio ma quando lavorano meglio, perché guidate dalle persone migliori.

Oggi, invece, quella lezione si sta lentamente affievolendo. Il problema non riguarda soltanto la scelta delle persone. Sempre più spesso la politica si spinge fino al terreno delle valutazioni tecniche, esercitando pressioni dirette o indirette su decisioni che appartengono alle Autorità di pubblica sicurezza. È una forma di interferenza che finisce per indebolire l’autonomia professionale e trasformare ogni scelta operativa in un possibile terreno di scontro politico. E quando quelle decisioni producono conseguenze negative, ne pagano il prezzo proprio coloro che sono stati chiamati ad assumerle.

In questo contesto si inserisce anche un rapporto sempre più sbilanciato tra politica e amministrazione, nel quale il criterio con cui vengono scelti i vertici di un’organizzazione non è più la ricerca della migliore competenza disponibile ma la loro funzionalità rispetto agli equilibri del sistema. È un meccanismo tanto semplice quanto pericoloso. Chi viene scelto perché ritenuto il migliore sarà naturalmente portato a mettere le proprie competenze al servizio dell’istituzione. Chi viene scelto soprattutto perché rassicura il sistema tenderà, consapevolmente o meno, a preservare il sistema stesso, rinunciando a una piena libertà nelle proprie scelte.

La differenza è enorme. Nel primo caso cresce lo Stato. Nel secondo cresce l’apparato e, inevitabilmente, lo Stato perde qualità perché si riducono autonomia tecnica, capacità critica e innovazione. La programmazione lascia spazio all’improvvisazione. I fenomeni vengono inseguiti anziché governati. E questo non riguarda soltanto la sicurezza. Per questo il merito non rappresenta soltanto una questione etica ma una necessità funzionale. Ed è anche per questo che molti dei nostri migliori talenti scelgono di costruire altrove il proprio futuro. Quando un Paese trasmette il messaggio che il merito può essere meno importante dell’appartenenza o dell’utilità contingente, produce un danno che va ben oltre la singola nomina: un progressivo impoverimento della propria classe dirigente.

Manganelli ci ha lasciato molto più di una moderna politica della sicurezza con una vera lezione sul funzionamento delle istituzioni democratiche: l’autorevolezza dello Stato nasce dalla qualità delle persone chiamate a rappresentarlo e dalla loro libertà di esercitare fino in fondo le proprie competenze, senza condizionamenti pur nella piena responsabilità delle loro azioni.

Uno Stato che sceglie i migliori e li lascia esercitare con autonomia le proprie responsabilità diventa progressivamente più forte. Quando rinuncia anche a una sola di queste due condizioni, comincia lentamente a perdere il proprio futuro.

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