Alla fine Felice Maniero ha parlato. Con un guizzo dei suoi, come quello che nel 1995 portò l’irriducibile boss della Mala del Brenta a collaborare con la giustizia e a far smantellare gran parte della sua banda, Maniero ha messo fine a uno degli ultimi misteri della mafia veneta: quello del tesoro accumulato in vent’anni di scorribande, rapine, controllo del gioco d’azzardo, traffico d’armi e di droga con cui ha terrorizzato il Nord Est. Il tesoro nascosto di “faccia d’angelo”, 33 miliardi delle vecchie lire, in fondo non è mai andato molto lontano. Era ancora custodito da familiari e professionisti di fiducia, in gran parte rientrato in Toscana dopo essere stato occultato in Svizzera fin dalla metà degli anni ’80.

Ieri i militari del nucleo tributario della Guardia di finanza di Venezia, coordinati dai pm della Dda veneziana Paola Tonini e Giuseppe Zorzi, hanno arrestato due toscani di Fucecchio, in provincia di Firenze, accusati di riciclaggio con l’aggravante dell’articolo 7 – previsto dalla legge 203 del 1991 – per aver favorito un’associazione mafiosa: Riccardo Di Cicco, dentista e marito della sorella di Maniero, Noretta, e Michele Brontini, broker finanziario che avrebbe occultato il tesoro della Mala del Brenta all’estero. Il gip di Venezia, Alberto Scaramuzza, ha anche disposto il sequestro per equivalente di 17 milioni di euro investiti dai famigliari in ville e automobili di lusso (nell’elenco figurano Mercedes, Porsche Cayenne, una Porsche Carrera 911 e una Bentley Gt Cabriolet, anche se ormai non più possedute dagli indagati), polizze assicurative, conti correnti bancari e postali, depositi, titoli, cassette di sicurezza e fondi pensione.

L’origine del tesoro di Maniero- Tutto inizia all’inizio degli anni ’80 a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia – ricostruisce nella sua ordinanza il gip – quando Maniero comincia a far avere in contanti alla madre Lucia Carrain, i cui reati risultano prescritti, i soldi che poi verranno ceduti alla sorella di Felice, Noretta Maniero, e gestiti dal marito Roberto Di Cicco. L’accordo era che Noretta e l’ormai ex cognato investissero il denaro restituendogliene una parte, di volta in volta, a seconda delle esigenze. Circa “5-6 miliardi di lire dall’inizio del ’96 fino all’estate del 2015”, come ricostruito dallo stesso Maniero. Il rapporto dell’ex boss con Di Cicco si consolida nell’82, mentre Maniero è latitante a Marbella in Spagna. Il cognato gli chiede un prestito di 50 milioni, che Felicetto gli fa avere tramite il suo luogotenente Sandro Radetich: è l’inizio di una collaborazione che porterà il marito della sorella a gestire l’intero patrimonio del boss della Mala del Brenta. Trasferito in un primo momento in “strumenti finanziari di investimento allo stato non precisati – scrive il gip – all’inizio collocati in istituti di credito della Repubblica Svizzera” e ora riconducibili a Di Cicco. Da anni il dentista di Fucecchio lo seguiva e aveva colloqui riservati con Maniero, nei covi della sua latitanza, persino nel carcere di Fossombrone, da cui evase nell’87. Ad aiutare l’ex cognato nella gestione dell’enorme ricchezza anche un promotore finanziario, Michele Brontini, accusato di concorso in riciclaggio.

La collaborazione “reticente” di Maniero- Maniero, ricostruisce il giudice nell’ordinanza, ha sempre tenuto due livelli di collaborazione con la giustizia: uno di grande efficacia sulla parte criminale, in grado di smantellare la Mala del Brenta, un altro invece “del tutto inconsistente in relazione all’individuazione del patrimonio illecito accumulato”. Fino a questa indagine. Perché è lui che fa partire tutto, chiedendo di essere ascoltato dai pm della Dda di Venezia nel marzo del 2016. Che il denaro di Maniero fosse gestito dai suoi parenti era noto da tempo. Già nell’85 il Tribunale di Venezia osservava che la sorella Noretta e la madre Lucia non avevano mai lavorato e mai presentato dichiarazione dei redditi anche se la madre aveva acquistato terreni, edificato fabbricati e immobili per 500 milioni di euro e la sorella per 144 milioni, oltre a gestire conti correnti in cui risultavano versati 584 milioni di lire che “costituivano null’altro che il frutto e il reimpiego del danaro ricevuto dalle attività illecite” di Maniero. Ma sul tesoro del boss gli inquirenti non erano mai riusciti a mettere le mani.

Il patto si rompe e Maniero parla ai pm – Qualcosa si rompe in quell’“accordo”, ricostruito dai magistrati di Venezia, che ha portato l’ex cognato a gestire il patrimonio di Felicetto. All’inizio del 2016 Maniero chiede di essere sentito dai pm: “Voglio parlare del denaro che io ho guadagnato con i miei traffici illeciti e del suo successivo riciclaggio – esordisce nell’interrogatorio del 12 marzo 2016, cui ne seguiranno altri tre. In quei colloqui con i magistrati, Maniero spiega di essere rimasto senza soldi: “Improvvisamente mio cognato ha cominciato a dichiarare di non avere più la liquidità necessaria per le restituzioni che io gli chiedevo e alla fine ha rinunciato a vedermi. Nonostante i miei tentativi non sono più riuscito a contattarlo per avere indietro del denaro”. La genesi della nuova collaborazione – considerata dal gip la prosecuzione di quella vecchia viziata da “lacune” – convince gli inquirenti della sua credibilità. Quando Di Cicco interrompe ipagamenti Maniero resta “al verde” e la sua azienda, che si occupa di depurazione delle acque nel bresciano, fallisce. È l’inizio della fine per gli amministratori del tesoro dell’ex boss.

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