Cultura

Fascismo, quelle commemorazioni che diventano la scusa per un ultimo saluto (romano). Il caso di Ettore Muti a Ravenna, l’Anpi: “Basta, è apologia”

Messe, riunioni, appuntamenti per celebrare gli "eroi" del Ventennio diventano spesso il pretesto per tenere vive certe idee. E il rischio è che accada di nuovo per il ricordo dell'aviatore romagnolo. Il sindaco avverte: "No a gesti o simboli di quell'epoca"

di Diego Pretini

Vogliono ricordarli “cristianamente”. Oppure come eroi di guerra, grandi militari. I preti allargano le braccia, si giustificano spesso dicendo che non possono negare messe in suffragio, soprattutto per i morti che hanno bisogno di perdono, perdono e ancora perdono. Chi chiede di celebrarli (settanta, ottant’anni dopo) è sempre pronto a ribadire che i morti “sono tutti uguali”, che la pietà vale per tutti, che anche i vinti combattevano, in cuor loro, per difendere la loro Patria. Così il ricordo cancella il littorio, il fascismo resta sempre tra le righe, ma quelle commemorazioni, civili e religiose, rischiano di essere il vestito per il pretesto per far tenere vive certe idee, certe inclinazioni, certi simboli che in tutta Europa hanno portato terrore e morte. Succede spesso, da nord a sud, per onorare la memoria di Benito Mussolini – soprattutto nei giorni intorno al 28 aprile, quando fu giustiziato a Giulino di Mezzegra -, è successo in passato a Cremona per Roberto Farinacci, è successo perfino il 25 aprile, in un cimitero di Milano, dove un gruppo di fascisti ha voluto ricordare 1400 repubblichini che morirono dalla parte sbagliata. Ora accade di nuovo per Ettore Muti, che del partito fascista è stato segretario per un anno, sia pure svogliato e subito pronto a ripartire verso qualche fronte e a bordo di un aereo della Regia Aeronautica finché la sua vista avvelenata dai carburanti ha retto.

Il sindaco di Ravenna: “No a gesti o simboli fascisti”
Muti, legato a doppio filo con il fascismo, ha fatto soprattutto il militare. Ma quello che preoccupa, ancora una volta, è l’uso che si fa del suo ricordo. A commemorarlo, a Ravenna, la sua città, sono gli Arditi d’Italia. E come ogni anno, il 21 agosto, c’è la fila per chiedere alle autorità di vietare la cerimonia: Anpi, sindacati, due deputati (di Sinistra Italiana e Possibile), liste civiche locali. Il giovane sindaco Michele De Pascale (Pd) ha definito “pericolosa” la commemorazione, ma ha spiegato che “è consentita dal regolamento di polizia mortuaria”. Ha anche scritto a questore e prefetto chiedendo garanzie perché sia impedito “l’ingresso alle persone munite di bandiere, drappi o vessilli”, e “ogni tipo di orazione all’interno dell’area cimiteriale e ogni gestualità inneggiante al fascismo“. Tanto più che in passato a ricordare Muti era arrivato padre Giulio Tam, sacerdote lefevriano che aveva lodato Mussolini per aver “riportato la religione nello Stato con il Concordato”. Mentre un prete di Cervia, don Lorenzo Lasagni, nel 2014, nella sua omelia aveva definito Muti – uno che faceva la guerra – “persona da imitare e da seguire”. L’anno scorso, invece, né dichiarazioni sopra le righe né saluti romani. Questo appuntamento “ha perso il suo mero carattere commemorativo – spiega l’Anpi locale, diventata improvvisamente celebre per la vicenda del dirigente presunto rimosso – E’ bensì diventata una manifestazione che esalta un nuovo fascismo. A volte lo fa esplicitamente, e a volte con altri nomi e altre sigle. Questa è apologia, ed è vietata“.

Gim dagli occhi verdi, Fiume e e le altre battaglie del cielo
Muti: un “eroe dei cieli”, una vita da romanzo, da film, dall’inizio alla fine. Gabriele D’Annunzio, che aiutò nell’impresa di Fiume, lo ribattezzò Gim dagli occhi verdi. Con una mamma iperpatriottica e un po’ di fastidio per le aule di scuola, Muti cercò di arruolarsi per la prima volta a 14 anni mentendo sulla sua età. Venne scoperto, ma ci riuscì un anno dopo con lo stesso stratagemma. Si meritò una medaglia, ma la rifiutò proprio per non farsi scoprire. Fascista delle origini, aviatore fenomenale, spericolato, la sua divisa è stata tra le più decorate dell’aviazione italiana: prima guerra mondiale, guerra di Spagna, le battaglie in Africa e nel Mediterraneo.

Fascista, fascista, fascista
Coraggio, audacia, velocità, fiducia. Sembra un monumento vivente al futurismo. Saetta in cielo, fulmine a terra. La miccia è sempre accesa: bella vita, feste, belle donne, auto sportive, Harley Davidson. La politica lo annoia a morte, se non è legata all’azione: fa parte dei primi fasci di combattimento, nelle squadre d’azione, viene anche arrestato e dopo entra a far parte delle camicie nere. E’ lui a guidare i fascisti in prefettura a Ravenna per prendere il potere in città il 29 ottobre 1922, mentre la marcetta su Roma che paralizza il re Vittorio Emanuele II sta per mandare al governo Benito Mussolini, un altro romagnolo come Muti. Il fascismo prende una parte importante della vita e della testa del tenente colonnello Muti. Ma la politica non fa per lui: diventa anche segretario nazionale del Pnf, in un anno delicatissimo, tra il 1939 e il 1940, cioè l’inizio della fine, ma l’ingresso in guerra dell’Italia lo spinge a ripartire di nuovo. Al fascismo è fedele, a Mussolini è fedelissimo. E’ membro del Gran Consiglio, ma è bloccato da un bombardamento a Ventimiglia quando si riunisce l’organismo che fa decadere il Duce.

Il governo Badoglio nato dopo il 25 luglio 1943 lo considera una “minaccia” perché crede che possa riorganizzare i fedelissimi del Duce ora che i Savoia si sono tolti di mezzo Mussolini. Il presidente del Consiglio – uomo di mille stagioni – manda a chiamare Muti, gli ordina di convincere la divisione corazzata di camicie nere Littorio di obbedire al nuovo esecutivo, ma il colonnello si rifiuta. La storia dice che pochi giorni dopo viene ucciso, a 41 anni.

A Fregene, vicino a dove abitava, nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1943 Muti venne raggiunto alla testa da alcuni colpi di pistola. Una sparatoria, si disse. Gli uomini di Mussolini, scritto da Emma Moriconi, ha ricostruito di recente che a giudicare i fori nel berretto i colpi d’arma da fuoco furono esplosi a distanza ravvicinata. Alcune inchieste, negli anni Cinquanta, hanno cercato di fare luce sulla fine di Muti, senza esito. Una delle ipotesi che circolano è che Badoglio e il Quirinale temessero Muti a tal punto che abbiano avuto un ruolo nella morte dell’aviatore. L’assassinio di Muti – rimasto un mistero – lo trasforma definitivamente in un mito, quasi un nume tutelare per i fascisti che ancora per due anni credono di tenere in piedi il potere mussoliniano a Salò, nonostante siano circondati e telecomandati dal Terzo Reich.

Tanto erano diventati leggendari il nome e la figura di Muti che finirono appiccicato a una delle storie più nere della nera storia del fascismo, quella della Legione Autonoma Ettore Muti, appunto. Una formazione composta a Milano da mussoliniani, camicie nere, pregiudicati ed ex detenuti per reati comuni del carcere di San Vittore, che si comportavano come poliziotti, senza averne i poteri e nemmeno la dignità. Il palazzo al numero 2 di via Rovello di Milano – dove oggi c’è il Piccolo Teatro – si trasformò in un luogo di torture e di sevizie. Centinaia di antifascisti ed ebrei furono seviziati, picchiati, ammazzati durante gli interrogatori. Una targa sulla facciata del teatro che proprio lì, nel 1947, fondarono Paolo Grassi e Giorgio Strehler ricorda quei mesi di terrore. Erano “mutini”, peraltro, i membri del plotone d’esecuzione che uccisero 15 partigiani in piazzale Loreto nel 1944. Proprio per “far pagare quel sangue”, un anno dopo i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci furono portati nella stessa piazza, appesi a testa in giù, vilipesi. La “macelleria messicana” che scandalizzò Ferruccio Parri e che Sandro Pertini fece terminare: “Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra”.

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