I fischi al premier Matteo Renzi dalla platea della Confcommercio non sorprendono più di tanto. Che il bonus degli 80 euro fosse una misura criticabile non è una novità. Spacciata come un aiuto ai poveri ha fatto presa su una larga fascia di elettorato. E alle elezioni europee dello scorso anno si è visto pure in quale misura, con il Partito democratico spinto oltre la famosa soglia del 40 per cento.

Criticabile, dicevamo, e da più punti di vista. Come stimolo all’economia, questo bonus non ha praticamente offerto risultati apprezzabili. Solo Renzi ha potuto credere che potesse dare una spinta tanto consistente ai consumi da provocare un innalzamento tangibile del prodotto interno lordo (pil). Sotto questo aspetto si è visto come non avessero poi  torto quegli economisti che consigliavano di investire le corpose risorse sul lato della produzione, anche fornendo ulteriori mezzi alle imprese, sgravandole magari dal lato contributivo-previdenziale.

Per quanto riguarda poi il profilo dell’equità, invocato dal premier davanti alle contestazioni della platea di Confcommercio, ebbene soprattutto da questo punto di vista gli 80 euro hanno mostrato la loro faccia peggiore, rivelandosi  sin dall’inizio quello che molto più efficacemente potevano essere: una mancia elettorale, come raramente se ne erano viste nella storia della Repubblica.

Aver riservato il bonus, che molti cittadini si trovano in questi giorni nella penosa condizione di dover restituire, alla fascia di reddito tra gli 8 e i 20 mila euro, ed aver escluso dalla fruizione quelli sotto la soglia degli 8 mila, più che un aiuto è stato un vero schiaffo ai veramente poveri.

Dopodiché possiamo anche dire che il premier ha fatto bene a pensarci perché comunque con quella manciata di denaro un po’ di sollievo lo ha portato in molte famiglie. Ma per carità, non parliamo di giustizia sociale. E’ stata al massimo una grande furbata elettorale. Studiata e cinica. Varata da chi molto bene conosce le ragioni del consenso, ma meno, molto meno quelle della vera povertà.

Per cui, aspettiamo e vediamo. Il premier sembra arrivato ad un punto critico. In due anni ha praticamente dilapidato il grande credito che come innovatore un po’ tutti gli avevano concesso. E i fischi di Confcommercio suonano quasi come un campanello di allarme. Perché questi sono pur sempre i fischi dei benestanti e dei ricchi (o tali considerati). Quelli più fastidiosi devono ancora arrivare. E chissà allora cosa succederà. Già cosa succederà se a muoversi  e a fischiare cominceranno (e per davvero) i veramente poveri, quelli una volta considerati dal Pd come la propria base sociale ed elettorale?

 

 

 

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