Quando le soluzioni sono semplici, la politica trova sempre il sistema di complicarle e di lasciar sopravvivere le emergenze con le quali, poi qualcuno, riuscirà a creare business. Il caso della discarica di Trani è eloquente. Parliamo di uno dei più grandi impianti d’Italia sequestrato dalla Magistratura e per il quale sono finite sotto inchiesta per disastro ambientale le ultime due classi politiche del territorio. Il problema che interessa ai cittadini è soprattutto quello dell’inquinamento in falda per il percolato che aumenta anche a discarica ferma, a causa delle piogge.

Un inquinamento di elementi altamente cancerogeni come l’arsenico, il nichel, il ferro, il piombo ed il manganese che ad ogni misurazione dell’Arpa aumentano sforando i livelli umanamente sopportabili. La continua immissione in falda da quasi due anni di questi inquinanti, rende quasi certa la loro entrata nella catena alimentare con danni certi alla salute per l’intera Comunità.

Danni, che solo il futuro potrà contabilizzare. Ancora oggi si rimpallano le responsabilità e le competenze quattro enti, che giocando sulla salute pubblica dei cittadini scrivono e scrivono, parlano e parlano, ma concretamente non fanno alcun gesto operativo, rifugiandosi sotto coltri burocratiche… le carte, i progetti, i giustificativi. I quattro enti sono: il Comune, La Provincia, la Regione e l’ultimo dal nome che conosceranno al massimo dieci persone nel territorio l’Oga che però è l’ente che ha sostituito gli Ato che nella loro insignificanza semantica, sono però gli enti dove finiscono i soldi e le competenze strategiche sui rifiuti. Ora, leggendo le carte che escono fuori, si svela l’arcano. Una delibera dell’Oga dell’ultimo dicembre, dimostra che il dibattito del “cerino” tra i Sindaci del territorio, si sviluppa sulla “ricerca del tesoro perduto”, ovvero il fondo post esercizio di circa 27 milioni di euro, che appartiene alla Discarica di Trani ed è destinato alla chiusura e bonifica della stessa. Un fondo maturato dalle quote con le quali i Comuni pagano lo smaltimento in discarica.

Dove sono i soldi? La società municipalizzata che li detiene ha una fideiussione? Sono giusti… avete fatto bene i conti? Si possono utilizzare per riparare e chiudere i lotti di discarica che sputano veleno in falda? Tutti i Sindaci che compongono l’organismo Oga, dicono la loro… e poi non succede niente. Gli abitanti di Trani ad ogni pioggia vedono aumentare il livello di metalli pesanti che entrano in falda. Eppure, e qui viene il bello, nelle relazioni dei numerosi tecnici e ingegneri che hanno analizzato il mostro della discarica- che peraltro potrebbe anche esplodere, per il bio gas lasciato accumulare in sacche negli anni- è semplice, c’era una cosa che hanno tenuta in ombra, come quelle avvertenze nei bugiardini che non riusciamo mai a leggere: i tecnici individuano un vettore che porta percolato direttamente in falda, più velocemente ed inesorabilmente… il pozzo spia Pv6.

Essi affermano che c’è una falla a parete, su un lato della discarica attraverso la quale il percolato va nel terreno, ma attraverso il Pv6 al quale si è rotta la camicia, il velenoso percolato giunge in falda velocemente e senza i tempi lunghi d’assorbimento nel terreno. Vi ci arriva subito, in falda come condotto da una cannuccia difettosa infilata nella terra. I tecnici propongono (invano fino ad oggi) di cementificare questa “cannuccia”, creandone una vicina impermeabilizzata, ben isolata e moderna. Insomma, scopriamo che con 3 mila euro (il costo presunto per cementificare il pozzo spia interrompendo il flusso continuo in falda da questo vettore), ormai già da tempo, si sarebbe potuto diminuire drasticamente il percolato che giunge in falda, (il pozzo spia ha un diametro di circa 40 cm ed arriva fino a 40 metri di profondità incontrando direttamente la falda). Insomma cambiando la “cannuccia” si poteva interrompere l’immissione di metalli pesanti in falda già da tempo, e poi si sarebbe potuto procedere a riparare il buco sul lato parete della discarica che ha tempi di sversamento in falda più lunghi per via del terreno che funge da assorbente. Insomma con pochi soldi si sarebbero potute salvare tante vite di cittadini che in futuro potrebbero accidentalmente incontrare queste sostanze nella propria catena alimentare. Ma fino ad oggi non si è fatto.

Perché? Perché quando la politica deve scegliere se risolvere immediatamente un problema con 3 mila euro di buon senso, o piuttosto con tempi più lunghi con un mega progetto da 18 milioni di euro (con i fondi di post esercizio), secondo voi cosa sceglie di fare? Inoltre, l’algoritmo di sistema cui la politica ci ha abituati è il seguente: mantieni l’emergenza e giustifica mega appalti con mega fondi e varianti continue sui costi, in questo modo si fa incetta di consensi, si distribuiscono favori, consulenze e progetti. Purché l’emergenza imperversi ed il veleno in falda giustifichi qualsiasi eccesso di spesa. Se invece con 3 mila euro cementifichi il pozzo spia killer, come giustificherai l’impegno per un progetto di 18 milioni di euro? Senza i dati di inquinante in falda, sarà più complicato. Dopo invece, a progetto appaltato, si sostituisce la cannuccia (il pozzo spia Pv6) e si dimostra con i dati sull’inquinamento in falda in discesa, che il progetto ci voleva, è giustificato, pazienza se costa, ma i risultati si vedono subito e tutti sono felici e contenti. Però? Il problema è che le carte sono semplicemente chiare e dimostrano tutto, tempi, dati, scatti ed inerzie. Certo adesso vediamo se si sveglieranno! Anche perché il rischio, continuando così, è che le trivelle in Adriatico troveranno percolato al posto del petrolio. Per sovvertire l’algoritmo basta spendere 3 mila euro per cementificare e chiudere un pozzo. Poi, al limite, se non funziona, si andrà avanti a bonificare con il resto, ma intanto dare spazio al buon senso per bloccare l’immissione in falda di veleni. Si pensi che ogni mese la municipalizzata Amiu di Trani, spende 200.000 euro per far emungere il percolato da una ditta privata. Percolato che poi, inesorabilmente si riforma ad ogni pioggia. Praticamente il percolato vale più del petrolio, perché frutta una rendita mensile perpetua. Successivamente,\ viene trattato e recuperato dalla ditta che lo trasforma in acqua ad uso industriale o irriguo per l’80% circa. Solo un piccolo 15% di concentrato di veleno poi, viene smaltito in discariche speciali. Che affare!

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