mariaelena boschi675

La ripresa dell’attività parlamentare dopo la pausa estiva pone al centro del dibattito pubblico la seconda lettura del disegno di legge di riforma della nostra Costituzione. Si tratta di uno snodo cruciale per il futuro della democrazia italiana: le scelte politiche operate nelle prossime settimane rischiano di inquinare in profondità il funzionamento delle nostre istituzioni rappresentative per decenni a venire.

Eppure ampi settori dell’opinione pubblica sembrano vivere questa fase storica in una condizione di torpore, con un distacco misto a insofferenza. Hanno contribuito a quest’operazione di narcosi delle coscienze i toni e gli argomenti che hanno accompagnato l’iter della riforma: i media e il pubblico sembrano preoccuparsi soprattutto delle implicazioni contingenti delle votazioni parlamentari sulla stabilità dell’esecutivo o sul perimetro dei suoi sostenitori, mentre accuse di conservatorismo “reazionario” marchiano a fuoco chiunque cerchi di difendere la necessità di preservare equilibri istituzionali ed organismi politici di cui si postula invece la natura parassitaria e ridondante, opponendosi alla somma esigenza di verticalizzazione ed accelerazione dei processi decisionali dettata dal “tempo esecutivo” che stiamo vivendo.

Non è questa la natura della posta in palio. Né occorre aderire alla retorica della “Costituzione più bella del mondo” – nessuno reclama l’inviolabilità del nostro testo costituzionale, che ha limiti ben conosciuti – per respingere radicalmente questa accelerazione dissolutrice del fragile sistema di “pesi e contrappesi” istituzionali, oggi disegnato dalla nostra Costituzione, intesa come risposta ineluttabile a una pretesa necessità di efficienza della “macchina legislativa”. Come ottenere più leggi in minor tempo e con un costo inferiore, per di più risparmiando al Paese inutili discussioni e faticosi compromessi, grazie a una nuova legge elettorale che definirà univocamente l’identità del leader – e del suo partito servente causa – cui saranno aggiudicati in esclusiva i corrispondenti poteri: questa parrebbe la stella polare che anima lo spirito riformatore dei nostri improvvisati padri costituenti. Verticalizzazione e personalizzazione del potere pubblico, accentramento di responsabilità sciolto da condizionamenti esterni, decisionismo esecutivo sono i pilastri del nuovo “ordine” istituzionale, nel quale contropoteri e vincoli fin qui efficaci fattori di reciproco bilanciamento – presidente della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura, etc. – rischiano di essere via via disinnescati, imbavagliati, posti al guinzaglio dei vertici dell’esecutivo.

Vengono i brividi al solo pensiero delle ricadute sulle nostre istituzioni democratiche qualora un ducetto xenofobo, ovvero un plutocrate portatore di indicibili conflitti di interesse, intercettasse incidentalmente i consensi della soglia tutto sommato modesta di elettori sufficiente a investirlo di tanta autorità.

Ma è soprattutto sulla diagnosi dei mali della nostra democrazia che il dissenso con i fautori della riforma, giunta ormai alla fase finale del suo iter di approvazione, diventa irriducibile. La nostra democrazia non soffre di un deficit di efficienza decisionista, quanto piuttosto di una carenza di partecipazione dal basso e di coinvolgimento popolare nelle scelte politiche. Non occorrono più leggi, ma poche leggi di migliore qualità, o almeno intellegibili e univocamente interpretabili. Non occorre accelerarne la procedura di approvazione, quanto piuttosto avvicinarne i contenuti ai bisogni pubblici, o almeno – nei casi peggiori – limitare il danno che infliggono al bene comune, di norma gravando sulle fasce più deboli e inascoltate della popolazione.

Per le stesse ragioni la riduzione del numero di senatori, o il taglio delle loro indennità, sono un ben misero specchietto per le allodole: al cuore della “questione democratica” in Italia si trovano piuttosto i meccanismi di selezione di quella stessa classe politica, da troppo tempo tarati dentro e fuori i partiti per premiare sopra ogni altra cosa cortigianeria, sottomissione ai potenti, corruzione, affarismo, irresponsabilità.

La proposta di riforma costituzionale non risolve alcuno dei reali problemi della democrazia italiana, al contrario rischia di aggravarli seriamente: su quali libertà democratiche, su quali garanzie di giustizia potrà contare un popolo afono, posto di fronte a un potere pubblico che si andrà facendo sempre più lontano, arrogante, impermeabile a critiche e controlli?

Vi sono dunque molte solide ragioni, tanto di natura sostanziale che di ordine procedurale, per contrapporsi con fermezza a questo progetto di riforma, ostinatamente portato avanti a colpi di maggioranze risicate. Di queste idee l’associazione Libertà e Giustizia vuole farsi portatrice, nella convinzione di essere dalla parte giusta nella salvaguardia di valori fondamentali del nostro vivere civile. Coerentemente coi suoi valori fondativi, LeG intende moltiplicare il suo impegno per promuovere nel Paese una riflessione pubblica sui rischi di un decadimento della qualità dei processi democratici indotto dall’eventuale attuazione della riforma. In coincidenza con l’avvio dell’iter di discussione del progetto di legge al Senato vengono ospitate sul sito internet di Libertà e Giustizia – in una sorta di “edizione speciale” – le analisi critiche di Gustavo Zagrebelsky (pubblicata anche su Il Fatto quotidiano), Lorenza Carlassare, Roberta De Monticelli, Elisabetta Rubini . Ragioni e idee di resistenza a questo disegno di legge, infatti, possono e devono essere riaffermate con competenza e decisione nel discorso pubblico, per rianimare una discussione altrimenti sterile e dare coraggio ed argomenti alle forze politiche e sociali che ancora si oppongono alla sua definitiva approvazione parlamentare.

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