Il Palazzo di giustizia di Milano è stato violato e insanguinato da un trafficone che veniva chiamato il “Conte Tacchia” e incrociava affari e litigi con soci detti il “Marchesino”, il “Predatore”, il “Comandante”, “Tinto Brass”. Ma la commedia all’italiana è diventata feroce ed è precipitata nella tragedia, con i colpi di pistola che, una mattina d’aprile, hanno fatto perdere l’innocenza all’edificio simbolo della giustizia in questo Paese.

Roma si racconta con un dispregiativo (“il Palazzaccio”) e fatica a scrollarsi di dosso un passato da “Porto delle nebbie”. Palermo evoca grandi eroismi ma anche micidiali veleni e intrighi d’estate. Milano è, invece, senza se e senza ma il Palazzo di giustizia d’Italia. Nel cortile interno, la statua di pietra con la spada, che il tempo ha segnato nel volto severo con una lacrima nera, resta l’icona di una storia che ha il suo culmine in Mani pulite, ma che ha attraversato le vicende d’Italia, le stragi nere, il terrorismo rosso, le bancarotte – quelle vere – di Michele Sindona e di Roberto Calvi, e poi la P2, la morte di Giorgio Ambrosoli, l’arrembaggio delle mafie al Nord, fino a Tangentopoli e oltre.

Nei corridoi labirintici, negli androni immensi del palazzo, ci sono lapidi di marmo e busti che ricordano due magistrati uccisi. Emilio Alessandrini condusse con Gerardo D’Ambrosio l’indagine su Piazza Fontana che incriminò i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura e smascherò i depistaggi che avevano incastrato l’anarchico Pietro Valpreda. Furono però i “rossi” di Prima Linea a sparargli, per strada. Guido Galli, giudice che indagava sul terrorismo brigatista, fu ucciso, sempre da Prima Linea, nell’aula dell’Università Statale dove insegnava.

Nessuno aveva osato, finora, violare con le armi il Palazzo. C’è voluto un balordo un po’ bauscia, come dicono a Milano, il “Conte Tacchia”, per sparare dentro il labirinto dell’edificio che mischia razionalismo architettonico e retorica fascista, per stendere tre persone, in una celebrazione casalinga e paranoica della giustizia, rapida e inflessibile come la giustizia italiana non sa mai essere.

La scalinata monumentale ed enfatica che fa accedere al Palazzo ha visto passare i cortei che inneggiavano a Mani pulite e poi i “girotondi” contro la legge non uguale per tutti. Ma più recentemente ha visto Ruby protestare contro i suoi giudici e cento e più parlamentari della Repubblica schierati sui gradini per censurare l’azione della magistratura che osava mettere sotto processo il loro leader, intervenuto solo per evitare un incidente diplomatico a causa del fermo della nipote di Mubarak.

Nessuno aveva osato prima d’ora spianare un’arma dentro quel labirinto della giustizia, fare fuoco, uscire, riprendere lo scooter e dissolversi nell’hinterland. Non i neonazisti con amicizie nei servizi segreti. Non i brigatisti che non riconoscevano altra giustizia che quella proletaria. Non i mafiosi e ’ndranghetisti che a centinaia sono stati indagati e presi e condannati, nei maxiprocessi milanesi degli anni Novanta e ora nella nuova stagione dell’antimafia di rito ambrosiano.

Non sapeva quel che faceva, il “Conte Tacchia”, mentre violava il sancta sanctorum. Il Male Grande riconosceva la grandezza della giustizia, invece la banalità del male del pasticcione bauscia non riconosce null’altro che la sua rabbia. O forse sapeva che ormai si può fare, che non è impossibile, che non è impensabile. Non esistono più luoghi intoccabili. Milano, indaffarata, ha smesso da tempo di proteggere i suoi luoghi-simbolo. Cortei, fiaccolate e girotondi non sono più di moda.

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