Che succede a Mosca? O meglio, che succederà il primo marzo? Le opposizioni,  almeno il poco che ancora resiste allo strapotere di Putin, per quel giorno, hanno deciso di convocare una manifestazione contro la crisi, contro la corruzione e soprattutto contro la guerra. Hanno chiesto di poterla svolgere in centro, come in passato. Le autorità municipali, stavolta, hanno invece risposto di no: se volete, vi offriamo in alternativa una piazza di Marijino. Che, per chi non conosce Mosca, è come dire a un romano di manifestare appunto…a Marino, sui colli Albani. La distanza dal centro è più o meno quella. Con la differenza che la Marijino moscovita è un sobborgo della Grande Mosca, un gigantesco quartiere dormitorio che ospita 251mila abitanti, stipati in 11,98 chilometri quadrati, con una densità spaventosa, oltre ventimila persone per chilometro quadrato. Non bastasse, Alexei Navalny, il principale oppositore di Putin, è stato arrestato mentre distribuiva i volantini che annunciavano la manifestazione del primo marzo e sbattuto in cella dove ci resterà per due settimane, in modo da impedirgli di partecipare. L’opposizione ha ingoiato il rospo e ha accettato. Anche a costo di furibonde discussioni e divisioni. Già, perché l’opposizione si è frantumata. Non tutti erano d’accordo nell’accettare il diktat del municipio, altri avrebbero preferito adottare una posizione più dura nei confronti delle autorità, visto che intanto sabato 21 febbraio il governo aveva provveduto ad organizzare una marcia “anti Majdan”, con tutto l’ambaradan mediatico pro regime ad enfatizzarla sui giornali e in tv.

Nessun dubbio sulla finalità del corteo: “I nemici della Russia hanno bisogno di Majadn”, ma “Putin e Kadyrov (il presidente ceceno, creatura del Cremlino, ndr.) non lo permetteranno”, “Putin vuole bene” (sottinteso: ai russi). Mentre la Tass annunciava che il prezzo delle banane è salito al massimo degli ultimi quindici anni (guarda caso, da quando Putin è al potere…), gli organizzatori della marcia anti-Majdan dedicata all’anniversario della fuga di Viktor Yanukovich, il presidente ucraino spodestato dalla rabbia degli ucraini, non badavano a spese: giacche a vento regalate e trasporto gratis. La manifestazione contro Kiev, a favore della Crimea e per l’indipendenza delle regioni “liberate” dagli ucraini, all’insegna dello slogan “non dimenticheremo, non perdoneremo”, si è trasformata in una sorta di tripudio nazional-patriottico per osannare Putin e dimostrare quanto sia radicata tra i russi la sua popolarità. L’iniziativa era stata preceduta da un massiccio e capillare invio di lettere in tutte le scuole e gli uffici amministrativi, alle fabbriche e alle caserme. Per i dipendenti pubblici partecipare, si faceva capire, doveva essere considerato un dovere, anzi, un obbligo. Nonostante tutti gli sforzi, a scendere in ploshad Revolucij, la piazza della Rivoluzione dietro il Cremlino si sono viste appena 35mila persone (gli organizzatori hanno detto 40mila), insomma non la folla oceanica che avrebbe soddisfatto zar Putin . Tra gli attivisti putiniani più impegnati,  i bikers che il presidente russo un tempo tirò fuori dai guai e che da allora sono diventati i suoi più accaniti tifosi. Qualcuno sostiene che la marcia anti-Majdan sia stata una sorta di  “mossa strategica”, per fronteggiare il malcontento popolare: l’inflazione che non rallenta, la stretta economica, i licenziamenti, il rublo che non smette di deprezzarsi, insomma, le conseguenze delle sanzioni. Le prospettive economiche della Russia appaiono complesse, per usare un eufemismo, in questi mesi di tensioni geopolitiche.

Tensioni che il Cremlino non intende smorzare. Anzi, in questi ultimi giorni si ha la netta impressione che Putin abbia accelerato la sua offensiva diplomatica in Europa (quella militare è appaltata a sedicenti volontari che combattono con le armi dell’esercito russo nell’Est ucraino, e continuano a farlo in barba alla tregua sottoscritta una settimana fa a Minsk). L’Europa, in formazione sparsa, per il momento continua ad abbozzare: fa finta di non vedere che la tregua Mins-2 è una sorta di via libera all’aggressione di Putin contro l’Ucraina, consentita da Parigi e Berlino. Sopporta l’incremento esponenziale dei voli militari nei cieli d’Europa, con qualche provocatorio sconfinamento sui paesi baltici, sulla Norvegia e sul canale della Manica, obbligando, per esempio, lo scorso 19 febbraio, i jet della Raf ad inseguire due possenti bombardieri strategici Tupolev Tu-95 e scortarli fuori dallo spazio aereo inglese. Il ministro della Difesa britannico, Michael Fallon, ha stigmatizzato l’episodio dicendo che la Russia “costituisce un pericolo reale e presente”, una minaccia come quella dell’Isis, al che puntuale e sarcastica è arrivata la replica del Cremlino, il portavoce Dmitri Peskov lo ha preso per uno sciocco, “la persona che ha fatto questi commenti non sembra in grado di comprendere ciò di cui sta parlando”.

Dialettica in puro stile Guerra Fredda. Peggio: in puro stile Guerra Più Fredda, come scrive Marin Katusa nel suo “The Colder War” appena uscito negli Stati Uniti (Casey research/Wiley, 2015, 29,95 dollari). Un saggio in cui si analizzano le “putinizzazioni” del gas, del petrolio, dell’uranio, e che affronta le grandi crisi (quella ucraina e quella del Medio Oriente) nell’ottica dello scontro globale energetico. Resta il fatto che la politica ucraina del Cremlino conferma che Putin è ossessionato dalla ricostituzione di una vasta area europea sotto tutela russa. Alain Frachon, su Le Monde del 20 febbraio, ha riassunto bene questa ansia imperialistica, come se per Putin lo statuto di grande potenza “non lo si guadagna nella sfera economica e sociale, ma per la dominazione e la conquista territoriale”, quella che autorizza una Russia in una posizione migliore rispetto all’immediato periodo successivo alla fine della guerra fredda.

E così, Putin sviluppa la sua strategia del ragno. Umilia Kiev, con una tregua i cui termini sono stati dettati dal Cremlino e trasmessi alla cancelliera tedesca Angela Merkel e al presidente francese François Hollande perché convincessero Petr Poroshenko ad accettarli. Nell’accordo si riconosce l’integrità del territorio ucraino, ma non si nomina mai la Crimea. Le regioni secessioniste sono sì entro il territorio ucraino, ma è una situazione solo teorica, perché tocca a Kiev di pagare la fattura della ricostruzione e i costi del loro mantenimento. Senza dimenticare che l’Ucraina non vi avrà alcun controllo politico, giacché le “strutture di forza”, ossia polizia e milizia saranno subordinate al governo locale. Cioè, ai servizi russi.

Nel frattempo, l’Europa deve risolvere il nodo cruciale della Grecia (e dell’euro). Alexis Tsipras, il premier di Atene, non ha mai nascosto una certa linea filorussa, e Putin ha offerto il suo aiuto. La fermezza della Germania dinanzi alla Grecia può fare il gioco di Mosca ed è con un certo sollievo che l’accordo di venerdì 20 – sblocco del prestito europeo con un’estensione di quattro mesi – ha per il momento arginato tale pericolo. Ma l’ombra di Putin sul Partenone resta incombente. La proposta di Putin è accattivante: cooperazione economica, forniture di gas e petrolio a prezzi assai convenienti, l’invito a Mosca per celebrare il settantesimo anniversario della vittoria contro il nazismo, “connettendo in questo modo la memoria dell’oppressione tedesca alla crisi attuale”, come spiegano lo storico Jeremy Adelman, che insegna a Princeton, e la ricercatrice Anne-Laure Delatte del Cnrs. Non è tutto: pare uno dei progetti putiniani sia quello di costruire un gasdotto che passi dalla Turchia e arrivi in Grecia, per aggirare l’Ucraina e rifornire il sud europeo. Con Erdogan, il “gran visir” della Turchia, c’è stato di recente un summit. Tsipras è stato a Mosca. Gli effetti collaterali di un’eventuale uscita della Grecia dalla zona euro, darebbe alla Russia una grossa opportunità. Quella di andare in aiuto ad uno Stato collassato e di accrescere l’influenza di Mosca in quell’Europa euroscettica, i cui movimenti sono in ottimi rapporti – anche finanziari – con il Cremlino.

C’è inoltre l’intesa di Putin con il sulfureo premier ungherese Viktor Orban, l’autocrate che un giorno confessò di ammirare la “democrazia illiberale” russa. Infatti ha imposto il bavaglio ai media, professa un’ideologia che definire ultraconservatrice è un eufemismo. Dunque, a Budapest il copione putiniano si è ripetuto senza alcun sussulto: intesa sul prezzo del gas “ad un prezzo ragionevole” per cinque anni, visita del presidente russo al cimitero dell’Armata Rossa dove sono sepolti pure i soldati che parteciparono all’invasione dell’Ungheria e alla sanguinosa repressione del 1956. I due hanno voluto manifestare platealmente la loro stima reciproca, Putin per dimostrare che nel cuore dell’Europa e della Nato ha ancora qualche amico (vedi Tsipras, vedi Orban). Il leader ungherese, perché ha una disdicevole tendenza a destabilizzare i Paesi confinanti, sobillando le minoranze ungheresi, illudendole sul ritorno della Grande Ungheria. Nel 2012 ha concesso agli ungheresi che vivono fuori dei confini, il passaporto. E l’anno scorso, ha minacciato l’Ucraina: “Gli ungheresi dei Carpazi orientali meritano la doppia cittadinanza, diritti e autonomia”.

Dulcis in fundo, la crisi libica. E qui, abbiamo il nostro vulcanico Renzi in prima linea: vorrebbe coinvolgere Putin, se l’opzione diplomatica prevarrà sulla soluzione delle armi. D’altra parte, ha annunciato Renzi, “andrò a trovare il presidente russo all’inizio di marzo”. Segno che c’è già una sorta di pre-accordo: “E’ un tentativo, l’importante è far passare il messaggio che nella partita della Libia l’Onu deve giocare un ruolo e siccome la Russia è membro permanente…L’altra volta (quando Gheddafi fu detronizzato nel 2011, ndr.) l’intervento fu molto improvvisato e ora ne paghiamo le conseguenze. Fu giusto cacciare Gheddafi, ma è in corso una battaglia sul futuro del nostro mondo”. E per combatterla, questo il succo dell’esternazione renziana alla trasmissione tv domenicale “In mezz’ora” , occorre arruolare il presidente russo. Certo, di questi tempi non è che il Cremlino abbia dato prove di diplomazia del dialogo…infatti Renzi sa che associare Putin potrebbe scatenare polemiche, soprattutto a Washington e Londra. Ed infatti mette le mani avanti: “Putin è responsabile di aver violato l’integrità dell’Ucraina. Io sto provando di far passare un messaggio: se la Russia torna al tavolo della comunità internazionale saremmo tutti più tranquilli” ma “per andare al tavolo è chiaro che Putin deve uscire dall’Ucraina”. Una furbizia dialettica. La Russia sostiene di non essere mai entrata in Ucraina, e nel controverso accordo Minsk-2 non ve ne è accenno. Quindi, formalmente, Putin potrebbe accettare l’invito di Renzi. Tanto, in Ucraina, il lavoro “sporco” è stato già fatto. Semmai, il vero problema di questa “apertura” renziana è un altro: invitando Putin a esser parte della sua squadra, indirettamente passa sopra i discutibili valori putiniani, quelli che hanno portato la Russia ad adottare una politica aggressiva nei confronti delle ex repubbliche sovietiche: prima la Georgia, nel 2008, poi l’Ucraina oggi. E domani? Ed è altrettanto chiaro che Putin non ha alcuna intenzione di cambiare modi e valori della sua politica.

Intanto, un paio di sommergibili russi stazionano al largo della costa: in qualche modo, Putin si è già accomodato, in attesa di sviluppi. L’Egitto ha rinnovato con Mosca un legame che pareva un poco logoro e si è assunto il compito del primo attacco. Con la visita al Cairo e l’incontro con il presidente Al Sisi, Putin cerca di rilanciare la tradizionale presenza russa nel Mediterraneo: dove, per il momento, dispone di una sola base navale, quella siriana di Tartous. Cipro ha detto che potrebbe offrirne un’altra. La filiera “ortodossa” comprende pure la Serbia e il Montenegro. Ma nessuno si illuda che, concedendogli un posto a tavola, Putin cambi atteggiamento. La debolezza occidentale e soprattutto quella di Bruxelles raddoppieranno i suoi sforzi per ridare alla Russia il ruolo di grande potenza e destabilizzare quell’Europa che lui considera ostile agli interessi geopolitici russi: infatti le piccole repubbliche baltiche sono le più in fibrillazione, temono d’essere loro le prossime prede. Quel che paventano Gran Bretagna e Stati Uniti. I quali hanno messo in allarme i loro alleati: attenzione, non solo l’Europa sta diventando ostaggio di Putin. Rischia di diventarne l’obiettivo.

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