Mosca, poi Pentagono e Parigi: l’Indonesia e l’arte di sedersi a tutti i tavoli dell’energia
di Aniello Iannone*
Il 13 aprile 2026 il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha trascorso cinque ore con Vladimir Putin al Cremlino per negoziare l’acquisto di petrolio russo. Lo stesso giorno, il suo ministro della Difesa Sjafrie Sjamsoeddin firmava al Pentagono un Major Defense Cooperation Partnership con gli Stati Uniti. La mattina dopo, Prabowo era all’Eliseo, a tu per tu con Emmanuel Macron. Tre capitali, tre potenze, trentasei ore in viaggio. La lettura prevalente è stata di ammirazione, Jakarta gioca su tutti i tavoli, la dottrina del libero e attivo è viva e vegeta. Ma questa lettura, per quanto non del tutto sbagliata, è troppo comoda. Quello che la settimana diplomatica indonesiana ha realmente mostrato non è l’espressione di un’autonomia strategica, bensì il riflesso di una vulnerabilità strutturale che costringe Jakarta a muoversi in tutte le direzioni contemporaneamente.
L’Indonesia è andata a Mosca perché lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso a causa della guerra che coinvolge l’Iran, i prezzi del petrolio salgono e il governo ha già dovuto introdurre il razionamento dei carburanti e il lavoro da casa obbligatorio per i dipendenti pubblici. Prabowo lo ha detto senza giri di parole: non viaggia per cerimonie, viaggia per assicurarsi il petrolio. Ha firmato con Washington perché l’Indonesia non è in grado di modernizzare da sola il proprio apparato militare. Ha incontrato Macron perché ha bisogno di copertura diplomatica europea in un momento in cui il conflitto in Medio Oriente ridefinisce gli schieramenti.
Ogni mossa mostra un atteggiamento politico razionale. Ma la razionalità sotto vincolo non è la stessa cosa dell’autonomia. Il momento più rivelatore, però, non è avvenuto davanti alle telecamere. Un documento classificato statunitense, intitolato Operationalizing U.S. Overflight, ha rivelato che Washington propone l’accesso automatico allo spazio aereo indonesiano per i propri aerei militari, non autorizzazioni caso per caso, ma sorvolo su semplice notifica. Se accettata, la proposta inserirebbe l’Indonesia nella rete di mobilità militare americana che collega Guam, Filippine, Giappone e Australia settentrionale.
La reazione interna è stata altrettanto significativa. Il Ministero degli Esteri indonesiano ha inviato una lettera urgente e riservata al Ministero della Difesa, avvertendo che un tale accesso rischierebbe di “collocare l’Indonesia come bersaglio potenziale in una situazione di conflitto regionale”. La lettera segnalava anche diciotto operazioni di sorveglianza militare americana nel Mar Cinese Meridionale tra il 2024 e il 2025, condotte senza rispondere alle proteste di Jakarta. Due ministeri dello stesso governo, stessa settimana, letture opposte dello stesso partenariato. Il Ministero della Difesa vede modernizzazione. Il Ministero degli Esteri vede intrappolamento. Nessuno dei due ha torto, e proprio questo è il problema strutturale.
La metafora indonesiana per il non-allineamento è remare tra due scogli. È un’immagine suggestiva. Ma ciò che questa settimana ha mostrato è qualcosa che la metafora non cattura: gli scogli si stanno avvicinando. I choke point energetici si chiudono, le pressioni all’allineamento crescono, e l’Indonesia, troppo grande per essere ignorata, troppo dipendente per dettare condizioni, deve continuare a remare senza sapere quanto spazio le resta. Per chi osserva dall’Europa, la lezione è duplice. Da un lato, la settimana di Prabowo dimostra che il mondo multipolare non funziona come i manuali suggeriscono, i paesi del Sud Globale non scelgono liberamente tra opzioni equivalenti, navigano vincoli materiali asimmetrici. Dall’altro, mostra che la competizione tra grandi potenze non si gioca solo nelle capitali che contano, si gioca anche nello spazio aereo, nelle rotte energetiche e nelle sale riunioni dei ministeri di un arcipelago di diciassettemila isole dall’altra parte del mondo.
* docente di Politica Indonesiana e del Sud-Est Asiatico presso l’Università Diponegoro di Semarang, in Indonesia