Gli allarmi di Busia (Anticorruzione): “Esplosione di appalti con affidamenti diretti. E l’abrogazione dell’abuso d’ufficio ha creato un vuoto di tutela”
L’esplosione degli affidamenti diretti senza gara (ormai “il 95% delle acquisizioni totali”) con il nuovo codice appalti voluto da Matteo Salvini nel 2023, ma anche l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e il ridimensionamento del “traffico di influenze”, fino alle modifiche peggiorative delle norme che regolano le incompatibilità e la responsabilità erariale con la riforma della Corte dei Conti. L’ultima relazione, la sesta, di Giuseppe Busia alla guida dell’Autorità anticorruzione è un po’ un sunto degli appelli lanciati al governo negli ultimi anni dal giurista per correggere alcune delle decisioni più critiche.
L’occasione anche per un bilancio finale dell’operato dell’Authority dopo sei anni di mandato (fu indicato nel 2020 dal governo Conte due) che scadono a settembre. Alla Camera, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Busia ha ricordato l’importanza della lotta alla corruzione, gli interventi effettuati (centinaia di pareri, 150 fascicoli istruiti nel solo 2025) in un momento in cui – segnala la Procura europea – le frodi sui fondi Ue sono cresciute del 35% e l’amministrazione Usa lancia segnali negativi, a partire dalla temporanea sospensione della legge sulle pratiche corruttive estere (Foreign Corrupt Practices Act).
Conflitto di interessi e abuso d’ufficio
Busia ha ricordato che l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e la stretta sul traffico di influenze voluto dal governo Meloni ha creato “vuoti di tutela”. Questi interventi avrebbero infatti almeno richiesto di “rafforzare le garanzie amministrative, invece è avvenuto il contrario”. Il giurista ha elencato tutte le modifiche accorse nell’ultimo anno che hanno peggiorato il quadro normativo. Ad agosto scorso, via decreto “ha fatto venir meno i limiti al passaggio diretto dalle cariche politiche verso quelle nelle società partecipate e i vertici dell’amministrazione, sia al livello locale che regionale”, col rischio di incentivare “la nascita di nuove società partecipate non funzionali all’interesse pubblico”. Tra marzo e maggio, via decreto, un nuovo intervento ha poi “indebolito” la normativa sul cosiddetto “pantouflage”, la norma che limita le porte girevoli tra pubblico e privato, “a favore dei gruppi societari più influenti”. Lo stesso decreto ha peraltro “disallineamenti tra le diverse ipotesi di incompatibilità, mettendo in discussione la stessa separazione tra funzioni politiche e funzioni gestionali, tra chi controlla e chi è controllato”. La richiesta al governo è che nel recepire la nuova direttiva Ue anticorruzione si possa almeno in parte tornare indietro su questi punti, visto che di fatto entrerebbero in conflitto con la normativa europea. Uno degli interventi più urgenti sarebbe quello di “rafforzare almeno i requisiti di professionalità ed esperienza richiesti per accedere ai diversi incarichi, laddove questi siano attribuiti con criteri fiduciari e designazione del vertice politico. Questo – ricorda Busia – tanto più dopo la recente riforma della Corte dei conti, che ha escluso in modo amplissimo la responsabilità erariale dei titolari di incarichi politici per gli atti di loro competenza, se proposti, vistati o sottoscritti – come quasi sempre accade – dai responsabili degli uffici tecnici o amministrativi”.
Il lobbying
Altro tasto dolente è l’assenza di una vera e organica normativa per regolare l’attività di lobbying, che resta un Far West. “Occorre non solo assicurare la piena tracciabilità dei contatti ed escludere ogni forma, anche indiretta, di remunerazione come contropartita delle decisioni – ha spiegato Busia – ma anche creare canali aperti e trasparenti, attraverso i quali pure i gruppi con minori risorse possano far pervenire le proprie proposte ai decisori pubblici”. La legge approvata dalla Camera (in prima lettura) evidente non basta se il giurista auspica che “il prosieguo dell’iter parlamentare consenta di completare ulteriormente il quadro normativo, come da noi tempestivamente suggerito”.
Pnrr
Sugli investimenti del piano europeo, Anac si duole delle troppe norme emergenziali. “Abbiamo vigilato affinché non diventassero scorciatoie pericolose”, si legge nella relazione, “e denunciato i ritardi – troppi – della fase attuativa: sospensioni illegittime, tempi disallineati, progettazioni carenti”. Altro tasto dolente il numero troppo esiguo di clausole per incentivare la parità di genere e l’assunzione di giovani: meno del 8% delle procedure PNRR sopra i 40.000 euro (7.000 procedure su 96.000).
Gli appalti
Qui l’allarme è sempre lo stesso: il nuovo codice dei contratti voluto a marzo 2023, e solo in parte corretto un anno dopo, riduce la concorrenza e, a cascata, anche le tutele sul lavoro. Ne servono di più “stringenti”, soprattutto nei subappalti “a cascata” che non vengono regolati dal codice che invece li liberalizza. Busia elenca, ancora una volta quel che serve: “Controlli rafforzati, responsabilità di filiera, cantieri digitali, tracciabilità dei flussi di manodopera, formazione obbligatoria”, ma anche attivare presìdi più robusti e integrare la “patente a punti” per i cantieri con le banche dati dell’Anac. “Quando il subappalto non nasce da esigenze tecniche reali, ma da un errato dimensionamento della gara, perdono tutti – spiega Busia – i piccoli operatori, costretti a sacrificare margini di profitto nei confronti dell’appaltatore principale; i lavoratori, depauperati di garanzie fondamentali; la collettività, privata di servizi di qualità”. Bene l’aumento della digitalizzazione delle procedure ma l’altro tasto dolente è la compressione della concorrenza. Aver alzato le soglie per l’obbligo di gara ha fatto esplodere gli affidamenti diretti (95%) con un con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro (e con il conseguente incremento degli acquisti, in tale fascia d’importo, dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025). Ancora una volta, poi, il presidente dell’Anac si lamenta della scelta di non inserire l’obbligo di dichiarare il “titolare effettivo” delle società che partecipano agli appalti pubblici. Un incredibile vuoto normativo che impedisce di “conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte”. Di fatto non è possibile sapere se diversi partecipanti alle gare proprietari in comune tra loro o con altre imprese coinvolte nell’opera. Altro appello ormai ripetuto da diversi anni è quello rivolto a limitare il ricorso ai “commissari straordinari” nelle grandi o piccole opere. “Purtroppo l’Italia sta smarrendo la capacità di distinguere ciò che è davvero strategico da ciò che è soltanto urgente”. E così i commissari diventano “un veicolo per attribuire precedenze”.