La maschera di "V di Vendetta" in terra a Roma il 15 ottobreÈ possibile cercare di capire davvero quel che è successo il 15 ottobre a Roma, senza essere iscritti d’ufficio al partito dei fiancheggiatori della violenza? Per cominciare: non mi soddisfano le divisioni nette buoni/cattivi. Di qua il movimento ragionevole e pacifico, di là la notte nera e indistinta esorcizzata con etichette pigre (“black bloc”, “incappucciati”) che tentano di nascondere la mancanza di conoscenza e di comprensione di chi le usa. Voglio capire anche le ragioni di chi è “di là”. Non mi rassicura dire: sono alieni, diversi e antagonisti rispetto al movimento degli indignati; estremisti, anarco-insurrezionalisti, fascisti, ultrà delle curve… Se i gruppetti entrati in azione il 14 dicembre 2010 a Roma sono diventati il migliaio di persone preparate agli scontri scese in piazza il 15 ottobre 2011, sarà bene chiedersi che cosa sta succedendo. Altrimenti si rischia di fare come i vecchi comunisti che, di fronte alle prime azioni delle Br, se la cavavano dicendo: sono fascisti travestiti.

Capire non significa giustificare: siamo convinti (a differenza dei vecchi comunisti e di certi nuovi liberisti) che la democrazia non sia soltanto un mezzo da usare quando conviene. La violenza va sconfitta. Ma per sconfiggerla bisogna prima capire da dove viene, e non esorcizzarla con formule pigre. E allora: dentro il movimento degli indignati (finora) pacifici quanti sono tentati di dare (qualche) ragione alla minoranza che già si è convinta che occorra dare battaglia al potere nelle piazze? L’ho chiesto su Facebook a ragazzi sotto i 30 anni. La maggioranza delle risposte è stata di netta condanna dei violenti, accusati di colpire innanzitutto il movimento. Qualcuno ha invece imbastito ragionamenti più articolati. Ecco un collage di queste voci, esterne alla fascia violenta, che però non condannano senza appello. Ascoltare queste voci – che per simbolo hanno, non le bandiere delle rivoluzioni del Novecento, ma la maschera di V per vendetta – è essenziale per capire il futuro del movimento.

“Ha senso devastare una città, incendiando gratuitamente automobili e cassonetti per la strada? No, non ha senso. Ha senso distruggere una statua della Madonna? No, ancora meno. E lanciare bombe carta sulle forze dell’ordine o peggio sullo stesso corteo? Neppure. Ma allora perchè sento in cuor mio di non riuscire a condannare ciò che ho visto? Perchè non sono fra gli indignati, ma sono fra gli inc…. Dite che per qualche centinaia di teppisti è stata rovinata una splendida manifestazione numerosa? Avete ragione. Ma perché negli altri Paesi non è successo quasi nessun incidente? Direte voi, è colpa della gestione della sicurezza. Sarà. Ma non che per caso (proprio per caso) qui da noi in Italia ci fossero migliaia di motivazioni in più per reagire e per ribellarsi? Non c’è veramente alcun collegamento col fatto che Roma venga devastata per due volte dopo tristi voti di fiducia di una politica che acquista la maggioranza al centro commerciale?”.

“Domando: che cosa abbiamo ottenuto con le manifestazioni pacifiche dal 2008 a oggi? Tutti i politici solidarizzano con i manifestanti pacifici e poi nel concreto non cambia nulla”.

“Mi fa ridere il fatto che aiutiamo in modo concreto qualsiasi minoranza ribelle ai governi ingiusti di tutto il mondo, tranne le nostre. Che ipocrisia”.

“A me piacerebbe sapere chi erano i violenti della manifestazione di Roma. Li ho visti, alcuni non c’entravano niente. Gente uscita direttamente dallo stadio, gente esperta di violenza gratuita. Ma forse non tutti. Forse molti erano ragazzi come me, straripanti di rabbia. E allora non riesco a legittimarli ma neppure a condannarli, perchè in fondo li capisco. Molti erano cani sciolti, improvvisati, arrabbiati. E devo dire la verità, li ho guardati con ammirazione, quasi con invidia. Li guardavo da lontano sfogare la loro rabbia, anche se inutilmente, nei confronti di uno Stato che li opprime, che non li ascolta, che li mortifica giorno dopo giorno”.

“Al primo No Berlusconi day c’ero. È stata una festa meravigliosa, colorata, variegata. C’erano tutti i tipi di persone, con idee diverse ma unite da un grande, grandissimo desiderio, spazzare via con un grande movimento colui che da anni occupa le nostre istituzioni. Nessuna violenza, nessuno scontro. Una grandissima e riuscitissima manifestazione. Slogan nuovi, carri nuovi, tanta satira e tanta creatività, musica, festa. Una volta arrivato a casa ricordo di aver provato un sentimento di gioia incontrollabile, una soddisfazione immensa, il crearsi in me dell’idea che un cambiamento era possibile ed era vicino. Ma poi è passato molto tempo, un anno. E il secondo No Berlusconi day. Ma si era in pochi, o perlomeno molti meno. C’era gran voglia di protestare, ma non c’era più allegria. C’era solo la constatazione che un grande movimento nato sul web stava perdendo vigore. I movimenti nascono, crescono, si sgonfiano e muoiono. Un’altra occasione di cambiamento pacifico persa. E poi a seguire tutte le altre. Decine e decine di manifestazioni pacifiche risoltesi nel Nulla. E allora io mi chiedo: ha ancora senso scendere in piazza? La violenza è disagio, è reazione, va capita e ascoltata, non solamente isolata e delegittimata. Lo scorso 14 dicembre qualcuno l’ha presa in considerazione? No”.

L’avete voluta voi tutti quella violenza. L’avete cercata, alimentata, esasperata. Non siete stati forse più violenti voi con le vostre leggi e le vostre parole che giornalmente ci feriscono e ci umiliano? Se sono illegali le pietre lanciate perchè non lo è l’occupazione delle istituzioni che voi commettete da anni, la manipolazione delle opinione pubblica, l’asservimento degli organi dello Stato a ogni vostra esigenza, la totale impotenza a cui sono costretti migliaia di giovani? È più violenta la vostra fasulla democrazia o la ribellione di chi finora ha parlato, ma che, stanco di non ricevere risposte, ha iniziato a urlare? No, non la condanno la violenza, non in questo sistema e non in questo paese sordo e senza futuro”.

“Se non sei in mezzo non puoi rendertene conto, che su 200 mila persone, 100 mila sono contrarie alle violenze, mille vanno avanti sassi alla mano e gli altri 90 mila stanno dietro di loro, intimoriti dagli scontri ma galvanizzati dalla guerra, supportando con grida quei mille… Se quei 90 mila in più si mettessero a fianco di quei mille, allora avremmo davvero la possibilità di mettere paura, di farci sentire”.

“Sto studiando storia moderna per un esame, e vedo che nessun cambiamento epocale si è svolto in modo esente da violenza. Perfino il citatissimo Gandhi è perito in malo modo durante i sanguinosissimi scontri di religione seguiti all’indipendenza dell’India”.

“Il problema in Italia è che tutti dicono bisogna cambiare, bisogna cambiare, bisogna abbattere il sistema e mandarli tutti a casa, e tutti aspettano che sia il padreterno a fulminare le istituzioni dall’alto, per cavarsela in maniera pulita, senza sporcarsi le mani, senza mettersi in pericolo, senza rischiare, senza alcun danno collaterale”.

“Abbiamo visto che mille persone che per la maggior parte non si conoscono tra loro hanno messo in difficoltà un intero servizio d’ordine. E ancora non ci rendiamo conto di cosa potremmo ottenere se fossimo 200 mila, anche solo con le mani alzate, a sfondare il muro delle forze dell’ordine per arrivare ai veri centri del potere”.

Domande che esigono risposta. In fretta. In una situazione globale drammatica. La crisi in cui il mondo intero è entrato ha rotto i sistemi di rappresentanza politica. Quelli dei partiti, tutti, anche quelli della sinistra (su un muro di Roma: “Né destra né sinistra, ma sopra e sotto”). E perfino dei gruppi e dei movimenti.

In più, da noi, s’aggiunge la constatazione che i segnali più forti di illegalità e di disprezzo delle istituzioni vengono dal capo del governo (“Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera”, dice Silvio Berlusconi parlando con il latitante Valter Lavitola, “portiamo milioni di persone in piazza, facciamo fuori il palazzo di giustizia milanese”). Non un “incappucciato”, ma la parlamentare ex Pdl Barbara Contini ha detto che se Berlusconi si fosse dimesso, forse a Roma non sarebbe successo quello che è successo.

E allora: accanto alle giuste, ma rituali, condanne della violenza, si trovi il tempo e la voglia, prima, di capire l’inedito che sta accadendo (non siamo alla riproposizione della violenza degli anni Settanta); poi di prendere sul serio le domande che arrivano dal confuso sommovimento della grande crisi. Domande difficili, poste in maniere sgradevoli. Ma domande che esigono risposte.