Per il garante della privacy, Antonello Soro, è “ragionevole” che il governo si preoccupi della sicurezza della rete telefonica controllata da Telecom Italia. Il motivo? Si tratta di un network su cui “transitano dati e comunicazioni personali rilevanti e delicati” come ha spiegato il numero uno dell’autorità all’agenzia AdnKronos. Anche per questo, del resto, il ministro Carlo Calenda ha pensato di poter utilizzare i poteri speciali dello Stato per arginare l’ingombrante azionista di riferimento, i francesi di Vivendi. L’ipotesi è allo studio del comitato tecnico di palazzo Chigi che dovrà esprimere il suo parere entro metà settembre.

Per l’esecutivo c’è in ballo c’è la possibilità di esercitare sull’ex monopolista un potere di veto e imporre vincoli su operazioni che incidano sull’interesse nazionale. Ma per Vivendi e Telecom i presupposti non ci sono: “I poteri speciali possono essere usati entro limiti precisi, perché in possibile contrasto sia con principi dell’Organizzazione mondiale del commercio, sia con quelli dell’Unione Europea“, ha sostenuto in un colloquio con il Corriere della Sera, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale che, sulla questione, ha scritto un parere con il collega giurista Andrea Zoppini.

A favore di questa posizione gioca anche il fatto che l’esecutivo si accorge certo ritardo della strategicità di Telecom chiamando in causa la controllata dei cavi sottomarini Sparkle e la filiale dei telefoni criptati alla politica Telsy. Eppure sarebbe bastato guardare alla storia recente del gruppo per intuire la rilevanza dell’ex monopolista che nel 2006 fu al centro di uno scandalo di spionaggio illegale in cui erano coinvolti anche i vertici del Sismi. Sarebbe forse stato sufficiente ricordarsi di come in quella azienda si confezionava una enorme mole di dossier illeciti che hanno fatto tremare l’ex numero uno Marco Tronchetti Provera, poi assolto dall’accusa di ricettazione, e l’ex capo della security di Telecom e Pirelli, Giuliano Tavaroli, che ha invece patteggiato quattro anni e mezzo di reclusione.

A queste considerazioni, si aggiunge poi il fatto che da tempo la rete di Telecom Italia non è più in mani italiane. Dopo lo stop al tentativo di ristrutturazione dell’azionista Marco Fossati, il gruppo dei soci italiani al controllo (Intesa, Mediobanca e Generali) si è disgregato nel giugno di tre anni fa dicendo addio per sempre alla cassaforte Telco che aveva in mano il 22,4% dell’ex monopolista. Di fatto il controllo del gruppo è finito senza grandi clamori nelle mani degli spagnoli di Telefonica, anch’essi soci di Telco. E, appena tre mesi dopo, è passato alla francese Vivendi, guidata dal finanziere bretone Vincent Bolloré. Gli unici azionisti italiani di peso sono rimasti i dipendenti Telecom riuniti nell’associazione Asati. Ciononostante all’epoca dell’arrivo dei francesi, l’ex ad Marco Patuano raccontava agli analisti come Telecom si fosse trasformata in una public company, cioè una società ad azionariato diffuso dove non c’è un grande socio di riferimento.

In realtà, però, le cose stavano diversamente, come avrebbero dimostrato in seguito i fatti. Fin da subito Vivendi si è dimostrato un investitore ingombrante: ha chiesto e ottenuto quattro posti in consiglio e ha poi silurato Patuano per far posto al dimissionario Flavio Cattaneo. Inoltre, a distanza di tre anni dall’ingresso nel capitale di Telecom, Vivendi ha rinnovato le prime linee di management dell’azienda e, infine, ha ammesso di avere in mano la direzione e il coordinamento di Telecom suscitando la tardiva levata di scudi del governo italiano per via della strategicità della rete.

Ma se il network dell’ex monopolista era così importante perché il governo italiano non se ne è occupato prima? Difficile saperlo. Resta però  il fatto che la “ritrovata” strategicità della rete sia quanto di più utile a giustificare un eventuale esborso di denaro pubblico finalizzato a ricomprare la vecchia e capillare rete in rame, principale garanzia per i 25 miliardi di debito in pancia a Telecom. Di sicuro dal punto di vista di Bollorè, più la rete è strategica, più il prezzo sale. La questione non è da poco per il raider bretone che non vuol certo uscire perdente dalla campagna d’Italia ingaggiata con il sogno di costruire assieme a Mediaset una media company europea. Il piano ha subìto dei rallentamenti per via del braccio di ferro ingaggiato da Vivendi con la famiglia Berlusconi sull’affare Premium. Ma il disegno resta ancora in piedi. E senza dubbio è di più facile realizzazione portando in dote una Telecom finanziariamente più solida grazie alla vendita della rete che per l’ex monopolista potrebbe valere fra i 10 e i 15 miliardi.