Lo scontro fra Telecom e il governo italiano sugli investimenti in fibra? “Noi difendiamo gli interessi della nostra società, il governo i suoi”. Per l’amministratore delegato uscente di Telecom, Flavio Cattaneo, la situazione è chiara, lapalissiana. E ora toccherà al nuovo direttore operativo, il manager israeliano Amos Genish, e al presidente ad interim Arnaud De Puyfontaine “trovare soluzioni per conservare il valore dell’azienda”, controllata dal gruppo francese Vivendi, e soprattutto “migliorare il rapporto” con il governo Gentiloni. Una missione impossibile nell’attuale scenario che vede Francia e Italia contrapposte non solo sul tema della fibra, ma anche sul dossier FincantieriStx ed infine sul ruolo dei due Paesi nello scacchiere geopolitico mediterraneo come testimonia il recente vertice libico a Parigi dove il governo Gentiloni non è stato invitato.

Tuttavia, nell’incontro con la comunità finanziaria per presentare i risultati semestrali, il presidente e ad interim di Telecom, Arnaud De Puyfontaine, ha spiegato che “quando è a Roma, si sente italiano”. E, sul tema della fibra ha poi teso la mano al governo Gentiloni spiegando che l’azienda è disposta “a ballare, ma per ballare non si può essere soli”. Certo, il mandato del management resta innanzitutto “preservare il valore dell’azienda” agendo “nell’interesse di Telecom, dei suoi clienti e dei suoi soci” che, salvo l’Asati (l’associazione dei dipendenti Telecom, ndr), sono principalmente stranieri. Soprattutto francesi grazie a Vivendi, la società del finanziere bretone Vincent Bolloré, che ha conquistato “la direzione e il coordinamento di Telecom Italia”, come ha ricordato il manager transalpino.

Non a caso per De Puyfontaine, d’ora in poi, le sinergie fra Vivendi e Telecom correranno veloci. Il primo banco di prova arriverà ad agosto con una joint venture fra Canal+ e Tim finalizzata alla produzione di contenuti e alla nascita di una pay tv italiana capace di competere con Netflix e con Sky. E magari anche di strappare quote di mercato anche a Mediaset, con cui Vivendi ha in corso un braccio di ferro dopo il dietrofront sull’acquisizione della pay tv Premium. Nulla esclude che poi possano esserci altre alleanze con soggetti diversi. “Valuteremo qualsiasi iniziativa per rafforzare Telecom con tutti i potenziali partner sul mercato”, ha aggiunto il manager francese, che ha preferito non commentare l’ipotesi di nozze fra Tim e Mediaset e ha glissato le richieste di chiarimento degli analisti sulla visione strategica di Vivendi relativamente all’infrastruttura di rete dell’ex monopolista italiano.

Qualche dettaglio in più sul futuro di Telecom, De Puyfontaine lo ha fornito solo sul tema della joint venture che Vivendi immagina di poter creare con Tim nella tv a pagamento. Il piano verrà discusso “ad agosto per poi passare al vaglio del comitato controllo e rischi ed infine essere presentato al consiglio d’amministrazione”, ha spiegato il manager francese in occasione della presentazione di numeri semestrali molto positivi. “I migliori degli ultimi nove anni”, come ha rivendicato Cattaneo ricordando che il fatturato è cresciuto del 7,4% (a 9,8 miliardi), il margine è migliorato di oltre il 10% (a 4,1 miliardi) e il debito è sceso a 25 miliardi. Nel frattempo il fondo statunitense BlackRock è tornato a detenere più del 5% del capitale.

Ora la palla passa in mano ai francesi che, dopo aver attribuito le deleghe di Cattaneo ad interim a De Puyfontaine e a Giuseppe Recchi (per Sparkle), hanno affidato al cacciatore di teste Egon Zehnder la ricerca del nuovo ad di Tim. Bolloré punta sul manager Vivendi, Amos Genish, che, secondo una parte della comunità finanziaria, potrebbe ben presto occuparsi della cessione della filiale brasiliana. Pur confermando l’arrivo del manager israeliano in Telecom, De Puyfontaine ha tuttavia smentito l’ipotesi di nuove dismissioni: “Il perimetro del gruppo c’è ed è nel piano industriale. Il Brasile ne fa parte”, ha spiegato. Ma è proprio quel piano industriale che, nei giorni scorsi, ha portato Telecom a scontrarsi con il governo italiano per via degli investimenti in fibra nelle aree a fallimento di mercato. Il dossier resta decisamente spinoso perché il governo Gentiloni non vuole due infrastrutture di rete nelle aree meno redditizie. Il motivo? Uno scenario simile rimetterebbe in discussione i piani industriali di Open Fiber, la società controllata dall’Enel e dalla Cassa Depositi e Prestiti, che ha vinto tutti i bandi per i finanziamenti pubblici indetti da Infratel.

La strada maestra resta quella di un accordo fra i due protagonisti italiani della fibra: Tim e Open Fiber. Il punto è ora verificarne i termini e la fattibilità. “Escludo una fusione fra Open Fber e Tim”, ha dichiarato l’ad dell’Enel Francesco Starace in un’intervista rilasciata al Sole24Ore venerdì 28 luglio. Il manager ha però aperto ad una collaborazione. L’ipotesi più accreditata al momento passa per la realizzazione di un’unica società dell’infrastruttura di rete. Prima però è necessaria la separazione del network Telecom. Un progetto, in discussione da anni, di cui il consigliere indipendente di Telecom, Franco Bernabé, per due volte ai vertici del gruppo, conosce ogni dettaglio.