“Lo Stato italiano chiede alle organizzazioni di disattendere alle norme che esso stesso ha sottoscritto in sede internazionale”. L’accusa al governo, e in particolare al codice di condotta per le ong che salvano vite nel Mediterraneo voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, arriva da ActionAid, Amnesty, Emergency, Medici Senza Frontiere e Oxfam. Le cinque organizzazioni attive nella risposta alle emergenze e nella cooperazione allo sviluppo hanno scritto una lettera al Corriere per intervenire nel dibattito il giorno dopo la presa di posizione della Cei che ha sostenuto la “necessità del rispetto della legge”. Per questi cinque big non governativi, però, il codice governativo – concordato, va detto, con la Commissione Ue – contrasta proprio con la legge: con le “regole internazionali” che l’Italia stessa ha avallato. E la decisione di alcune organizzazioni, come Save the children, di sottoscriverlo, ha destato preoccupazione nel sistema umanitario internazionale che “si sta muovendo sia nei confronti del governo italiano sia di chi ha voluto o è stato costretto a firmare perché rivedano la loro posizione”.

“Le ong umanitarie”, spiega a ilfattoquotidiano.it Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, “hanno tutte sottoscritto il codice di condotta della Federazione internazionale della Croce Rossa e per le organizzazioni non governative durante le operazioni di soccorso, avallato da tutti gli Stati parti delle quattro convenzioni di Ginevra che regolano il diritto umanitario e delle vittime di guerra. Il codice proposto da Minniti lo contraddice in diversi punti. In particolare, all’articolo 4 si specifica che le ong si impegnano a non ospitare nelle proprie operazioni agenti di alcuno Stato“. Quell’articolo del codice datato 2004 dice per esempio: “Noi definiamo le nostre linee di condotta e le nostre strategie d’applicazione e ci asteniamo dall’applicare la politica di qualsivoglia governo, salvo nel caso in cui coincida con la nostra stessa politica, formulata in tutta indipendenza. (…) Né consapevolmente, né per negligenza permetteremo che le nostre istituzioni o il personale che impieghiamo, sia utilizzato per raccogliere, per i governi o altre istanze, informazioni delicate di portata politica, militare o economica, che potrebbero essere utilizzate ad altri fini, che quelli strettamente umanitari”. E continua specificando: “Allo stesso modo, non serviremo da strumento per la politica straniera dei governi donatori”.

Consentire che a bordo delle navi salgano agenti di polizia giudiziaria per svolgere attività investigative, come prevede il codice per le ong, è quindi secondo ActonAid, Amnesty, Emergency, Oxfam e Medici Senza Frontiere (impegnata direttamente nei salvataggi in mare) una violazione di regole internazionali. E poco importa se in questo caso si parla di operazioni di soccorso in mare sotto la supervisione della Guardia costiera (Centro di coordinamento marittimo) e il cui esito è l’accompagnamento dei migranti su territorio italiano. “Il principio di neutralità degli attori umanitari è una norma di diritto internazionale”, continua De Ponte. “E sta alla base della fiducia per cui tutte le parti in una controversia ci lasciano andare a visitare i feriti e portare medicinali e cibo alla popolazione coinvolta in conflitti. Se lo si infrange anche una sola volta e in un solo luogo, è finita”. Insomma, secondo il numero uno di ActionAid la posta in gioco è altissima: “Rischieremmo, in ognuno dei tanti Paesi del mondo in cui lavoriamo, di essere identificati come vettori di uno Stato e non poter svolgere la nostra azione”. “Se so che su una nave di una ong c’è un agente di uno stato, so che quel mezzo non è lì solo per fornire aiuto e mi muovo di conseguenza”, chiarisce poi De Ponte, che fino al 2003 è stato vicepresidente di Amnesty.

Perché allora Save the children, la prima ong italiana per ricavi, ha firmato il codice? “L’hanno fatto con leggerezza, ma è un problema molto grosso per la loro credibilità a livello internazionale”. E’ per questo che, rivela il segretario generale di ActionAid, “International council of voluntary agencies e Voice – le maggiori reti globali di ong – stanno chiedendo a chi ha firmato di guardare alle implicazioni sul piano internazionale. C’è un’azione di lobby che sta partendo per cercare di convincerle che hanno sbagliato”. E il sostegno della Cei al codice Minniti con la motivazione che non bisogna dare “pretesti agli scafisti”? “E’ chiaro che il codice è una reazione scomposta a un problema troppo grande che il governo italiano si trova a gestire da solo perché i Paesi del Nord Europa non se ne vogliono occupare. Siamo di fronte a un flop da parte degli Stati Ue nel gestire il flusso migratorio: se Mare Nostrum fosse continuata e Frontex non si occupasse solo di controllo delle frontiere, probabilmente l’intervento delle ong non servirebbe. Ma non è una giustificazione per varare leggi speciali e chiedere a ong internazionali, con un “editto”, di fare eccezioni che ne mettono a rischio le attività dallo Yemen a Myanmar”.