Attraversando la Sicilia, da un capo all’altro, si alternano enormi macchie nere, mentre in lontananza si vede ancora un fitto fumo grigio scuro. La riserva dello Zingaro, un unicum di macchia mediterranea a picco sul mare, è un paesaggio lunare. I boschi nelle aree più interne dell’Isola sono un ammasso di cenere. Niente è stato risparmiato. Pinete e aree protette, colline e montagne.

Gli arresti dei piromani sono capaci solo di scalfire la macchina incendiaria che opera senza sosta in regione. Anche perché ancora molto bisogna fare sul piano degli strumenti giuridici e, spesso, le indagini sono, per forza di cose, lente e laboriose. Come dimostrato anche dall’operazione che ha portato all’arresto dei vigili del fuoco volontari responsabili di gravi devastazioni nel ragusano dal 2013 al 2015.

I “volontari” che avrebbero appiccato le fiamme per poter intascare i, pochi, soldi degli interventi di spegnimento sono solo il braccio. Ma la benzina è stata fornita da un sistema fallimentare che ragiona solo nell’ottica di un intervento a danno avvenuto, che non premia mai la prevenzione, si vede anche dalle scarse risorse date ai comuni per gli interventi prevenzione, e che diventa criminogeno perché per funzionare ha bisogno di generare incendi.

I piromani, diversi nelle motivazioni ma uguali nei danni arrecati, hanno alleati importanti. Più dei forti venti di scirocco. La Sicilia brucia innanzitutto per mancanza di adeguata prevenzione: nella logica dell’emergenza non c’è mai tempo per la prevenzione. Un’ emergenza ormai diventata ordinaria resta il primo vero problema di questa terra. Chiunque abbia lavorato nel settore sa bene che gli interventi di prevenzione efficaci vanno realizzati ben prima dell’estate. La pulizia del sottobosco, la creazione di adeguati strumenti per il contenimento, una fitta rete di avvistamento capace di intervenire alle prime fiamme e non quando gli incendi hanno preso forza. E mezzi adeguati per contrastare il fuoco.

Tutte misure ordinarie che salverebbero ettari ed ettari di bosco e di cui si parla sempre durante la stagione estiva, per poi dimenticarsene con il calare delle  temperature. Ancora una volta, la gestione del territorio siciliano si dimostra fallimentare, mentre ogni anno si perdono porzioni di verde, e si trasformano in paesaggi apocalittici luoghi di incanto e meraviglia.

Intanto, ogni albero che brucia si traduce in una porzione di possibile futuro che viene meno, lasciando sul terreno ferite profonde che contribuiscono al dissesto idrogeologico e all’avanzamento  delle aree desertiche. Una realtà che i cittadini capiscono, evidentemente, con più velocità delle istituzioni, come dimostrano le marce spontanee di protesta. Marce che oggi rappresentano un elemento di speranza per il futuro. Speranza presente nei cartelli e negli striscioni portati in corteo dagli abitanti di Pioppo – una frazione del comune di Morreale, nel palermitano, interessata da un devastante incendio ai primi di agosto – che rappresentano un’importante novità Sicilia. In quei cartelli c’è traccia di un’indignazione matura, che non si limita ai social, c’è una visone nuova e moderna che ha colto come contro i piromani e le loro aggressioni al territorio serva,innanzitutto, un cambio culturale nella nostra ragione.

Comprendere e trattare il patrimonio naturalistico come bene comune è la strada da perseguire, la sola che può salvare ettari di biodiversità e le comunità che vivono ai margini delle aree verdi che ancora resistono in Sicilia. La sfida sta tutta qui, tra gli incendiari – soprattutto quelli in giacca e cravatta- e chi ha assunto questa nuova consapevolezza. E sarà una sfida decisiva.

Foto tratta dalla pagina di Comitato Pioppo Comune.