Lunedì sera Donald Trump cenava alla Casa Bianca con alcuni senatori repubblicani. Gli spiegava quanto fosse importante “cancellare e rimpiazzare” l’Obamacare. “Se non lo facciamo – spiegava il presidente, secondo funzionari della Casa Bianca presenti alla cena – siamo nei guai. Controlliamo Casa Bianca, Senato e Camera. Dobbiamo far passare una legge o facciamo una figura tremenda”.

Quello che Trump non sapeva, mentre mangiava una bistecca in compagnia di alcuni senatori repubblicani, è che proprio in quel momento altri due influenti senatori del G.O.P., Jerry Moran del Kansas e Mike Lee dello Utah, dichiaravano che non avrebbero votato la riforma sanitaria proposta dal loro stesso partito. Con il loro no, che si va ad aggiungere ai no e ai dubbi di altri senatori repubblicani – conservatori come Rand Paul o moderati come Susan Collins e Lisa Murkowski – il Trumpcare tramonta probabilmente per sempre. Una riforma sanitaria repubblicana, almeno per il momento, non ci sarà.

Perseguitato dalle polemiche sul Russiagate, con indici di popolarità in picchiata rispetto alla primavera (lo sostiene il 36 per cento degli americani, contro il 42 per cento di aprile), Trump conosce ora la prima vera débacle legislativa della sua presidenza. La promessa di cancellare l’Obamacare era stata continuamente reiterata in campagna elettorale per il suo valore simbolico, ancor prima che per una vera necessità legislativa. La riforma sanitaria di Obama funziona infatti discretamente e l’esigenza di una sua cancellazione non è davvero sentita, nemmeno dall’elettorato repubblicano. Ma l’Obamacare è stato – simbolicamente, ideologicamente, politicamente – la riforma più significativa degli otto anni di governo del presidente democratico. Cancellarlo significa sradicare buona parte di quel credo e di quella eredità.

Non è andata così e ora Trump si trova di fronte a uno dei momenti più difficili della sua presidenza (peraltro piuttosto breve, circa sei mesi). La cosa che brucia di più è forse proprio il tradimento dei repubblicani. Il Trumpcare s’inabissa infatti non grazie all’opposizione dei democratici. O almeno, non è stata l’opposizione dei democratici a farlo davvero fallire. Sono stati i repubblicani a far mancare voti determinanti al Senato; sono stati i governatori repubblicani di Stati profondamente “rossi” – Doug Ducey dell’Arizona, John Kasich dell’Ohio, Brian Sandoval del Nevada, Asa Hutchinson dell’Arkansas – a criticare in profondità la riforma; sono stati gli elettori repubblicani a spingere affinché i propri rappresentanti al Congresso facessero mancare il loro voto.

Il fatto è – e Trump e i suoi ci si sono scontrati – che è difficile riprendersi un diritto una volta che questo è stato attribuito. E l’Obamacare ha permesso di allargare in modo consistente il numero di persone con un’assicurazione sanitaria, oltre a impedire discriminazioni contro chi ha condizioni mediche pre-esistenti, e si è dimostrato efficace nelle aree soggette a vere e proprie epidemie di dipendenza da oppioidi e in quelle, soprattutto rurali, dove il Medicaid è il principale strumento di assistenza sanitaria. In altre parole, l’Obamacare è entrato nelle abitudini di milioni di americani, anche repubblicani, che non hanno voluto rinunciarvi.

È questa verità che Trump e la leadership del G.O.P fanno fatica a digerire. La sconfitta è opera del proprio campo, non degli avversari. Ora Trump – e anche il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell – tornano alla carica e parlano di una cancellazione tout court dell’Obamacare, senza che questo venga sostituito da nulla e con due anni di tempo per mettere in piedi una nuova legge. Del resto, Trump non ha mai mostrato preferenze per una riforma piuttosto che per un’altra. Quella passata dalla Camera gli andava bene; quella emendata dal Senato gli andava altrettanto bene. Alcuni mesi fa il presidente disse di non aver immaginato che la sanità sarebbe stata un capitolo “così difficile”; in un’altra occasione spiegò che “solo il Medio Oriente è un tema più spinoso”. Al di là del contenuto effettivo dei provvedimenti, a Trump è quindi importata soprattutto una cosa: far fuori il simbolo odiato del suo predecessore.

Difficile che l’idea del semplice repeal – ovvero l’annullamento – dell’Obamacare possa però funzionare. Difficile che i senatori che hanno rigettato l’idea di una nuova legge possano dirsi d’accordo a sospendere l’esistente ed entrare in una lunga fase di incertezza legislativa su uno dei temi più importanti per la vita degli americani (va ricordato che le elezioni di midterm, dove molti tra gli stessi repubblicani si giocheranno il posto, sono molto vicine, nel novembre 2018). Tre di loro hanno già detto no. Ancora più preoccupante per la Casa Bianca risulta però il tema del rapporto con i repubblicani del Congresso. Questa settimana Trump ha detto di aver fatto approvare, nei primi sei mesi della sua presidenza, più provvedimenti legislativi dei sei presidenti precedenti: quarantadue, ha spiegato, un po’ meno di Roosevelt, “che però aveva una Depressione da gestire”.

In realtà, Trump ha fatto passare meno leggi dei suoi predecessori: Carter firmò 70 leggi nei suoi primi sei mesi; Bill Clinton, cinquanta. E Obama ne firmò trentanove, ma tra queste c’erano la legge di stimolo economico, l’allargamento dell’assistenza sanitaria per i bambini, l’eguaglianza salariale per le donne. Il tipo di provvedimenti su cui Trump ha apposto la firma non sembrano altrettanto significativi: 15 tra questi sono una revisione delle regolamentazioni di Obama; quattordici riguardano il cerimoniale. E quando Trump ha scelto la strada dell’ordine esecutivo, come nel caso del travel ban, l’opposizione dei tribunali ha seriamente rallentato e svuotato la sua riforma.

Il problema è che lo stato di continuo scontro che contraddistingue quest’amministrazione ha toccato anche i rapporti tra Trump e i deputati e i senatori repubblicani. Il presidente si è spesso lanciato in scambi particolarmente polemici con repubblicani più o meno influenti. Ancora lunedì pomeriggio, nell’augurare “pronta guarigione” a John McCain, operato alla testa, Trump definiva il vecchio senatore crusty, irascibile e scontroso. Rapporti tesi, in alcuni casi molto violenti, sono stati quelli con Ted Cruz e Lindsay Graham. In altri casi i legami sono stati inesistenti, nel senso che deputati e senatori del G.O.P. non sono stati interpellati sulle iniziative decise da Trump. La distanza tra Casa Bianca e Congresso a maggioranza repubblicana ha influenzato, negativamente, l’agenda legislativa di Trump, che si trova ora di fronte a una pattuglia di congressmen particolarmente riottosi e su cui il presidente non riesce a esercitare un vero controllo.