Nell’ordinamento italiano “non esiste alcun diritto assoluto al suicidio, tantomeno un diritto, esigibile dallo Stato, a ‘morire con dignità‘, vuoi per mano propria, vuoi per mano altrui”. È questa una delle riflessioni contenute nel decreto con cui il gip di Milano Luigi Gargiulo ha ordinato, lo scorso 10 luglio, ai pm di Milano di formulare la richiesta di rinvio a giudizio per aiuto al suicidio, inoltrata oggi all’ufficio gup, nei confronti del tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, per la morte di Dj Fabo. Per Cappato la procura aveva chiesto l’archiviazione proprio perché riteneva che quello dell’esponente Radicale “fu un aiuto a esercitare un diritto alla dignità”.

Per il gip “non si può neppure condividere la presenza di un diritto al suicidio, ove la vita sia divenuta motivo di particolare ed esasperante tormento, psichico e fisico, per l’individuo”, perché, secondo il giudice, “una simile impostazione, infatti, porrebbe in grave crisi il diritto alla vita“. Inoltre, “legittimare il suicidio assistito (in assenza di norme che lo prevedono positivamente) soltanto per alcune categorie di malati costituisce un potenziale vulnus dell’uguaglianza”.

Stando al decreto del gip, a cui i pm si sono dovuti attenere per chiedere il processo, le condotte di Cappato rientrano, dunque, nel reato di aiuto al suicidio, anche perché “a differenza della condotta di un medico che esegue il comando del paziente di staccare la spina, comportamento che, come osservato nel caso Welby, è scriminato dall’adempimento del dovere”, la sua condotta “non può in alcun modo ricadere” in questo ambito. I pm, invece, avevano ritenuto che l’esponente dei Radicali non avesse commesso alcun reato ma aiutato una persona ad esercitare il diritto alla dignità e, quindi, all’autodeterminazione prevalente in questo caso sul diritto alla vita. In udienza preliminare i pm, a questo punto, dovrebbero ribadire la richiesta di processo anche se poi sul rinvio a giudizio o meno deciderà un nuovo giudice, un gup. La stessa Procura, tra l’altro, aveva sollevato davanti al gip una questione di illegittimità costituzionale della norma sull’aiuto al suicidio. Tema che potrebbe anche riproporsi in udienza.

Fabiano Antoniani, 40 anni, tetraplegico, noto come Dj Fabo fu accompagnato da Cappato in una clinica vicino a Zurigo. Dopo la richiesta di processo verrà fissata un’udienza preliminare e il gup dovrà decidere se mandare o meno a processo l’imputato. I pm nell’imputazione si sono dovuti attenere alle indicazioni del gip, che ha ritenuto che Cappato sia responsabile del reato per una duplice condotta in quanto, avendo prospettato a Dj Fabo la possibilità di realizzare il suo desiderio di porre fine alla sua vita senza soffrire, non solo lo avrebbe aiutato a morire ma avrebbe rafforzato “l’altrui proposito di suicidio”.