“Abbiamo confrontato il numero di ricercatori con lo stesso cognome, in ogni dipartimento e l’abbiamo confrontato con quello che che ci si aspetterebbe se le assunzioni fossero casuali secondo diversi ipotesi. L’abbondanza di ricercatori con lo stesso cognome nello stesso dipartimento potrebbe essere dovuta a effetti geografici o a una immigrazione in alcuni settori specifici. Se la ridondanza non si spiega così, allora potrebbe essere dovuta a professori che fanno assumere parenti stretti”.

Quel che dice Stefano Allesina che insieme a Jacopo Grilli ha curato una ricerca appena pubblicata sulla rivista Proceedings of the National academy of sciences dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti, può sorprendere solo pochi. I due studiosi dell’Università di Chicago hanno analizzato i cognomi di 133mila ricercatori italiani, francesi e delle migliori università pubbliche Usa e hanno analizzato tutto. I risultati fin troppo scontati. Siamo primi. Un primato che, c’è da esserne certi, sarebbe stato molto più “in solitaria”, se la ricerca si fosse occupata di allargare l’analisi a quei tanti casi di parenti con un cognome differente. Allora sì che il fenomeno si sarebbe mostrato nelle sue reali dimensioni. Disgraziatamente gigantesche.

Naturalmente, ogni volta che filtrano notizie sulle malefatte che vengono troppo spesso perpetrate negli atenei italiani, si alzano le voci dei difensori d’ufficio. Parti del sistema che, più o meno indirettamente, contribuiscono al suo svilimento. “Per quanto riguarda il nepotismo, uno studio dell’Università di Chicago dice che negli atenei italiani i casi di nepotismo rappresentano il 2,3% del totale, al massimo il 5%, una percentuale bassa rispetto a tutti gli altri settori”.

Eugenio Gaudio, rettore dell’Università La Sapienza di Roma, nel 2016 minimizzava. Sminuendo la rilevanza in confronto a quel che accade nel Paese. Una maldestra giustificazione, forse peggiore dei dati. Della realtà, insomma. Ma tutto nella norma. L’Università italiana, che continua a esportare validissimi ricercatori, è anche questo. Una fabbrica dove gli azionisti non solo sono presenti personalmente, ma anche con propri familiari.

Una fabbrica dove spesso si inventano perfino nuove mansioni pur di trovar posto al “caro” parente. Ritornando all’università e lasciando da parte la fabbrica, quante volte nei dipartimenti delle diverse Facoltà sono stati attivati insegnamenti ad personam? Insomma, cattedre che non esistevano fino ad allora e che molto poco avevano a che fare con il corso? Certo il fenomeno si è un po’ attenuato negli ultimi anni anche perché le tante Facoltà periferiche hanno visto venir meno il contributo finanziario delle amministrazioni comunali che ne aveva permesso l’attivazione.

Ma temo sia indiscutibile l’affermazione che l’università italiana sia rosa da questo tarlo. Che si tratti solo di vuota retorica, di lamentazione sterile, non lo credo. Che il nepotismo, come le modalità di scelta nei concorsi, sia almeno in parte causato dal fatto che le università hanno sempre meno fondi per il reclutamento, sembra poco probabile. Se per un insegnamento un professore sceglie il parente oppure lo studente più fedele ma meno meritevole lo fa per interesse. Sceglie di farlo perché del tutto disinteressato al rispetto delle regole. Quel che importa è “piazzarne” uno suo. Parente o pupillo poco importa.

Nel Paese in cui la mobilità sociale che aveva accompagnato il periodo della crescita, si è fermata, ormai non si può quasi più sperare di fare qualcosa di diverso dai propri genitori. Nella migliore delle ipotesi è così. Quasi sempre per i notai, spesso per avvocati, architetti, ingegneri e naturalmente medici. Quindi perché dovrebbero costituire un’eccezione i professori universitari?

Qualcuno potrà dire che si tratta di geni, di vicinanza, di frequentazione. Tanti elementi che porterebbero, quasi naturalmente, all’eccellenza, gratificata con un insegnamento universitario. D’altra parte, che colpa ha il figlio di un chirurgo se ha voglia di seguire le orme paterne? Lo stesso potrà dirsi anche per i docenti universitari. Tutto vero. Tutto giusto.

Ma il dubbio che non tutti i “figli d’arte” si trovino a occupare il posto giusto rimane. Lo dice la ricerca di Allesina e Grilli. Lo raccontano la delusione e la mortificazione di quelli che avrebbero potuto trovarsi al loro posto. Anche i professori universitari “tengono famiglia”. Prima i “loro”, dopo, nel caso, gli altri.