Filippo Facci, melomane d’alto livello, conoscerà meglio di chi scrive la storia del Ratto del Serraglio, appena riallestito alla Scala. Finisce con un pascià musulmano che rinuncia alla vendetta e che, anzi, dà una lezioncina agli europei – autoproclamati superiori per come trattano le donne – spiegando che “essere generoso, misericordioso, gentile e altruista da perdonare è il marchio di un animo nobile”. Non basterà forse il genio di Mozart – con quei toni un po’ fiabeschi – a convincere Facci a cambiare idea sul suo diritto ad odiare l’Islam, rivendicato un anno fa in un articolo su Libero. E’ sicuro, invece, che non sarà la penosa sanzione che gli vieta di scrivere sui giornali a rendere più credibile la funzione, la necessità e l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Si potrebbe dire anche la convenienza: nel senso che se fa ridere, come in questo caso, la categoria – che già fa di tutto per perdere autorevolezza, tutti i giorni – perde un altro po’ di reputazione. Prima di farla finire in burletta, forse è il caso di farla finita un po’ prima.

I fatti per chi non li conoscesse sono che Facci, appunto, su Libero un anno fa ha scritto un pezzo col titolo Perché l’Islam mi sta sul gozzo. Ciascuno può leggerlo – basta una ricerca veloce – e mettere in fila le cose giuste e le cose sbagliate, spegnere il computer a riga 5, incorniciarlo, farci un aeroplanino, stamparlo in ciclostile e venderlo agli angoli delle strade, mandare Facci a spigare o a scalare montagne (che è l’altra dote, dopo la melomania). A quel punto, dopo cioè aver letto il pezzo, in un Paese dove ancora esistono la Costituzione e il codice penale si decide solo se la libertà d’espressione ha leso l’onorabilità di qualcuno oppure no. Invece è andata che una collega ha mandato un esposto all’Ordine dei giornalisti della Lombardia e l’Ordine attraverso il giudice estensore – che poi è un avvocato – ha sospeso Facci dalla professione e dallo stipendio per due mesi, che se dio vuole è il minimo della pena. La sentenza è appellabile, ma se diventasse definitiva Facci non potrà scrivere. Sarà l’unico in Italia a non avere quel diritto perché sui giornali tutti i giorni ci scrivono più o meno cani e porci: giornalisti, politici, professionisti di ogni tipo e anche i cittadini sottoforma di lettori, con le loro lettere.

E’ difficile sorprendersi oggi dell’esistenza della sanzione perché in teoria ogni iscritto all’albo dovrebbe sapere a memoria che esiste. Il 98 per cento dei giornalisti* conosce l’Ordine infatti per due cose: il bollettino da pagare da cento e rotti euro (inevitabile come la morte e le tasse) e l’esame per il quale si studiano a memoria risposte che si dimenticano mezz’ora dopo averlo sostenuto. Tra queste, appunto, le sanzioni dell’Ordine (* per la cronaca, il restante due per cento a cui frega dell’Ordine è rappresentato da chi ne fa parte).

Ma la sorpresa (che poi è disorientamento) non è in realtà sul tipo di sanzione, che esiste e vabbè, bensì sulla sua ragione. La sospensione avviene, infatti, “nei casi di compromissione della dignità professionale”. Un giornalista si fa corrompere per scrivere certe cose invece di certe altre e in effetti la dignità della professione è lesa. Un giornalista fa le marchette e la dignità è lesa. Un giornalista ruba l’offertorio a San Giuseppe, eccetera.

Ma se un giornalista scrive cosa pensa, come fa a essere lesa la professione? Se quello che pensa e che scrive fa schifo, lo decide l’Ordine dei giornalisti? Se un giornalista non può dire cosa pensa, cos’altro deve fare? Deve andare al bar, a pescare, giocare a bridge? Oppure per dire cosa pensa, deve cambiare lavoro? O ancora, per fare questo lavoro deve scrivere solo l’opinione che va bene all’Ordine dei giornalisti?

La categoria – che ha una montagna di difetti alta così – vanta già una schiera folta di chi vorrebbe che non si scrivesse questa o quella cosa o che si scrivesse solo ciò che sta bene a questo e a quello, nel modo che sta bene a questo e a quello. Al primo posto ci sono i politici: in passato sotto accusa è stato Berlusconi, di recente si sono allineati Renzi e Grillo, che hanno forse aggravato la situazione perché hanno trasformato parte dei loro sostenitori in tifosi che vedono il mondo solo con un colore, il loro. Poi ci sono le religioni e i loro credenti: il Vaticano ha processato due giornalisti italiani perché avevano fatto il loro mestiere. Perfino gli allenatori di calcio arrivano a togliere la possibilità di una domanda ai giornalisti che non gli vanno a genio. Ecco, aggiungere l’Ordine dei giornalisti – quello che dovrebbe difenderli, i giornalisti – potrebbe assumere i contorni del grottesco.

In un posto in cui si dovrebbe dare per fatto che la democrazia e la libertà sono ormai solide, non si può avere la fobia di un pezzo così fatto, alla Facci. Un anticorpo – si vuole sperare – esiste di sicuro. Sì, l’Ordine deve far valere le sue Carte dei doveri che dicono che trasmettere messaggi discriminatori non va bene. Tuttavia quel pezzo aveva un linguaggio molto duro, offensivo, irrispettoso, eccessivo ma non aveva niente di razzista: difendeva un concetto di libertà che Facci sente costretto e minacciato da un certo modo di vivere l’Islam, peraltro non sempre smentito.

Facci aveva torto o ragione. Ma contro quel pezzo se ne potevano e se ne possono scrivere altri cento in cui si sostiene il contrario e perfino con gli stessi toni. Facci deve essere libero di scrivere cosa vuole perché libero deve sentirsi chi vuole rispondergli e chi in generale – a prescindere dai cento e rotti euro e dall’esame dimenticato un minuto dopo – fa il proprio lavoro.

Dice: ma se non fa cose di questo genere, l’Ordine dei giornalisti a cosa serve? Appunto: a cosa serve?