Dalla “tossicità da ossigeno” al panico in grotta: tutte le ipotesi sulla morte dei 5 sub italiani alle Maldive
Da “tossicità da ossigeno” all’attacco di panico: ci sono diverse ipotesi sulla morte dei 5 subacquei italiani, deceduti ieri, 14 magigo, durante un’escursione vicino ad Alimathaa, una delle località più frequentate dagli appassionati di immersioni, a circa 65 chilometri a sud di Malè, alle Maldive. Mentre sono in corso tutte le operazioni di recupero sono in corso le indagini per vagliare tutte le piste plausibili: cosa può essere successo al gruppo, composto comunque da esperti nel campo delle immersioni?
Secondo alcuni esperti di immersioni, una delle situazioni che può essersi verificata è quella della “tossicità da ossigeno” o iperossia. “È una delle condizioni più drammatiche che possano verificarsi durante un’immersione, una fine orribile”, ha detto all’Adnkronos Salute Claudio Micheletto, past president dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo) e direttore di Pneumologia all’azienda ospedaliera universitaria di Verona. L’iperossia, spiega l’esperto, avviene quando si respirano “concentrazioni troppo elevate di ossigeno” e così il “gas diventa tossico per l’organismo”: il corpo quindi, va incontro a “un’infiammazione acuta dell’apparato bronco-respiratorio, con danni a polmoni e alveoli, oltre a effetti sul sistema nervoso centrale”, e durante l’immersione compaiono vertigini, dolore, alterazione dello stato di coscienza e disorientamento, “condizioni che rendono impossibile la risalita in superficie”.
Secondo l’esperto il fatto che tutti e cinque abbiano avuto problemi nella stessa immersione “fa pensare non tanto a un problema di profondità” ma a problematiche legate “a ciò che hanno respirato” ed è “quindi probabile che qualcosa non abbia funzionato nelle bombole”. Della stessa idea anche Alfonso Bolognini presidente della Simsi (Società italiana di Medicina subacquea ed iperbarica) che parla della possibilità che i sub abbiano usato una “miscela respiratoria inadeguata” che ha quindi causato una “crisi iperossica”. “Ci sono stati decessi simili dove è stata trovata la contaminazione della miscela respiratoria all’interno delle bombole, si sono registrati dei casi – prosegue – di intossicazione per contaminazione di idrocarburi quando queste non vengono caricate a regola d’arte”.
Secondo Bolognini, poi, non è così infrequente l’attacco di panico: in una immersione infatti, non è affatto irrilevante l’aspetto psicologico. “Dentro una grotta a 50 metri di profondità, basta un problema a un operatore o un attacco di panico a un sub. L’agitazione genera la torbidità dell’acqua e può peggiorare la visibilità. In questi casi la componente di panico potrebbe far commettere degli errori anche fatali”.
Non sono esclusi poi problemi legati alla struttura geografica dei luoghi di immersione. Trattandosi di una grotta profonda 50 metri, non è così lontano il pericolo di narcosi da azoto. Come riporta il Corriere della Sera, che ha sentito Enrico Gusso – palombaro in pensione del Comsubin della Marina Militare – e Fabio Poletti – sommozzatore dei Vigili del Fuoco – molto dipende “dalla conformazione della grotta cioè “se ha una sola entrata o più di una”. “In ogni caso conoscere bene la morfologia non è sufficiente – riporta il Corriere – Devo sapere una serie di cose. Cosa succede quando c’è mare mosso, risacche, alta o bassa marea, le correnti; quando si crea un vortice che può sbattere un sommozzatore da una parete all’altra”.
Non si può escludere quindi l’incidente di percorso cioè un problema nella grotta che ha bloccato o fatto perdere la via d’uscita ai cinque sub e che quindi l’ossigeno sia finito.