La differenza tra noi, società civile e Stato di diritto, e la mafia sta tutta qui. Nel fatto che noi rispettiamo, siamo costretti a rispettare sempre, la vita e la morte di chiunque. E le leggi.

La mafia no, non rispetta né l’una, né le altre. Non rispetta nulla, ma è la mafia e noi siamo una nazione civile e dobbiamo correre il rischio di applicare la legge, nei confronti di chiunque. Anche di quello che fu il capo della mafia.

Per questo, la Cassazione ha fatto bene a chiedere che sia valutata attentamente la legittima richiesta di esser scarcerato avanzata dall’86enne boss mafioso Salvatore Riina, detto Totò ‘u curtu, in carcere dal 1994 e condannato a vari ergastoli. Riina è malato e vuole morire a casa sua.

Non è questione di “pietà”, non è questione di garantismo, i giudici non devono rispondere a un desiderio di vendetta invocata dalla piazza. Questa è una fredda questione di legge e la legge è eguale per tutti, anche per un boss efferato e senza pietà come Riina.

Ora il boss è malato, vecchio. Che fare? Certo, Riina non si è pentito, dal carcere ha continuato (pur vecchio e malato) a dare ordini e a disporre o desiderare vendette. E’ ancora oggi, pur vecchio e malato, un simbolo e una minaccia, perché è un “mito” per il suo esercito mafioso.

Ma ora la domanda affidata dalla Cassazione ai giudici è la seguente e va presa seriamente: tenendolo in carcere, lo Stato dà un segnale di forza o di debolezza? E poi: è giusto, secondo le nostre regole civili? Mi aspetto una risposta seria dal tribunale di sorveglianza di Bologna che dovrà pronunciarsi. Se i giudici riterranno che è giusto e secondo legge, mandarlo a morire in casa sua, io non mi scandalizzerò. E ciò non per una questione emotiva, nessuna emozione di fronte al boss che ha ordinato omicidi e cercato di sovvertire, con la strategia delle stragi del 1992 e 1993, lo Stato di diritto. Ma lo Stato è e deve essere diverso e deve dare risposte fredde e civili.

Nei “tribunali” mafiosi si decretano omicidi, stragi di giudici, poliziotti, politici nemici, giornalisti “nemici”, bambini da sciogliere nell’acido (ricordate il figlio 11enne del pentito Di Matteo?), azioni di terrore decretate senza appello e senza regole, senza possibilità di difesa.

Ma se Riina sta morendo va rimandato a casa, a morire nel suo letto. Non per pietà, ma perché è giusto, se lo è in base alle norme dello Stato di diritto, secondo le nostre regole civili. Un rapinatore 86enne non muore in cella e neanche il più spregevole politico condannato in via definitiva per corruzione.

E ciò nonostante quelle e le tante altre nefandezze disumane di cui il boss Riina si è reso responsabile nel corso della sua vita da criminale. Lo Stato, noi società civile, non siamo forti e coscienti delle nostre regole se teniamo il boss malato a morire in carcere. Ma se abbiamo la forza di farlo morire nel suo letto.

Certo, se ciò accadrà, se ora il tribunale di Bologna accoglierà – in base alla legge – l’invito a rivedere il “no” agli arresti domiciliari a Riina, nulla di diverso da questo sarà in gioco e saranno arresti domiciliari per morire. Sorvegliato fino alla fine da polizia e carabinieri. Senza funerali pubblici, senza “inchini” né onore. L’uomo Riina non merita “pietà”, dal mio punto di vista, ma “beato il popolo” che non ha bisogno di far morire in carcere uno dei più orrendi nemici dell’umanità.

Per dire che lo Stato sconfigge la mafia, abbiamo bisogno della forza di una giustizia giusta. Anche di fronte al boss Riina.