Ieri il Senato ha votato a larghissima maggioranza un testo di legge per introdurre il reato di tortura nel codice penale italiano. Avrebbe dovuto farlo circa trent’anni fa, poiché richiesto dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che l’Italia ha immediatamente firmato e nel 1989 ratificato. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire (e comunque la legge è ancora di là da venire, dovendo adesso tornare alla Camera dei Deputati in un ping pong parlamentare dalle difficili previsioni). Perché invece la mia associazione Antigone, insieme alla sezione italiana di Amnesty International, si è ieri lamentata di questo voto? Cerchiamo di capirlo.

La spiegazione più immediata si può trovare nel commento del senatore Giuseppe Lumia, esponente del Partito Democratico e capogruppo in Commissione Giustizia: “Sono state vinte resistenze e perplessità e si è riusciti a trovare una larghissima intesa come raramente avviene in Aula, su un terreno delicato e che aveva diviso profondamente i gruppi parlamentari. La tortura viene disciplinata con un occhio a quello che ripetutamente avviene nel nostro Paese dove spesso si consuma questo reato da parte anche di chi tiene in custodia bambini, disabili e persone anziane”.

La chiave del ragionamento è negli esempi portati e nella loro relazione alle resistenze e alle perplessità. Queste ultime sono state vinte in quanto la tortura è stata disciplinata con un occhio alle violenze contro bambini, disabili e anziani. Crimini sulla cui ignominia tutti concordano e che certo non potevano aver “diviso profondamente i gruppi parlamentari”. Cosa è invece che divide? Quali sono i comportamenti che non tutti vogliono condannare in maniera chiara e netta? È evidente: sono le violenze da parte delle forze dell’ordine. La storia ci ha insegnato che l’Italia è lontana dal volerle punire con la dovuta severità.

Il senatore Lumia non può non sapere che nel diritto internazionale la tortura è del tutto altro rispetto alla violenza sugli anziani e sui bambini. Sia chiaro, non sto dicendo che tale violenza non sia qualcosa di gravissimo. Sto dicendo che la tortura è storicamente altro. La tortura è un crimine pubblico, non privato. La tortura è il crimine di uno Stato che ti ha in custodia e che, invece di custodirti, ti vuole umiliare o estorcere informazioni attraverso abusi e violenze e calpestando la tua dignità di essere umano. La tortura è la violenza di chi indossa una divisa.

Così è stata definita dalle Nazioni Unite nella non vincolante “Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” del 1975 e poi nella vincolante “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” del 1984. Così i 160 Paesi del mondo che hanno ratificato la Convenzione si sono impegnati a intenderla. Il senatore Lumia non può non saperlo e, nello scegliere ad hoc i propri esempi, sta dicendo a tutti: state tranquilli, le forze dell’ordine resteranno protette, abbiamo votato un testo sufficientemente vago e ineffettivo per non metterle a rischio.

Quel testo non attribuisce il reato ai soli pubblici ufficiali come fanno invece le Nazioni Unite, parla di comportamenti ripetuti nel tempo affinché si possa parlare di tortura, circoscrive la tortura mentale all’ipotesi di un “verificabile trauma psichico” (che vuol dire? Come si verifica? E se le torture subite vengono dimostrate anni e anni dopo e nel frattempo il torturato è stato capace di scacciare in parte i fantasmi del passato?). Noi continuiamo a dire quello che abbiamo sempre detto: esistono tantissimi poliziotti onesti in Italia, la stragrande maggioranza. Sarebbe giusto distinguerli da chi si macchia di gravi violazioni dei diritti umani. Sarebbe giusto, tanto nei loro confronti quanto nei confronti di chi ha subito abusi da parte delle forze dell’ordine, avere una legge che sia in linea con le norme internazionali.