C’è anche la presidente dell’Associazione antiracket Salento, Maria Antonietta Gualtieri tra le quattro persone arrestate dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Lecce. L’accusa è di truffa finalizzata a ottenere un finanziamento da due milioni di euro destinato alle vittime del racket e dell’usura, assegnato dall’Ufficio del Commissario straordinario antiracket istituito presso il ministero dell’Interno e indebitamente percepito dal 2012. I finanzieri hanno anche notificato l’interdizione dai pubblici uffici a sette persone, tra cui l’assessore al Bilancio Attilio Monosi, attualmente candidato al Consiglio comunale a sostegno di Mauro Giliberti. Anzi, l’assessore aveva inaugurato il comitato elettorale solo pochi giorni fa e proprio questa mattina il centrodestra doveva depositare le liste in cui anche Monosi risulta candidato alle elezioni amministrative con la formazione di Raffaele Fitto “Direzione Italia”. I reati contestati, a vario titolo, sono truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, concussione, corruzione e falso. Quaranta le persone indagate.

L’OPERAZIONE DELLA GUARDIA DI FINANZA – Sono stati eseguiti quattro arresti (tre in carcere, uno ai domiciliari). In manette, oltre alla presidente dell’associazione, sono finiti Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del settore finanziario del Comune di Lecce, e Lillino Gorgoni, funzionario dell’Ente. Agli arresti domiciliari Simona Politi, segretaria dell’associazione antiracket. Le ordinanze sono state firmate dal gip Giovanni Gallo su richiesta dei sostituti procuratori Massimiliano Carducci e Roberta Licci. L’associazione, sulla base di una convenzione firmata nel 2012 con l’ufficio del commissario antiracket del Ministero dell’Interno, gestisce i tre sportelli di Lecce, Brindisi e Taranto, con l’obiettivo di prestare assistenza alle vittime e favorire l’accesso ai finanziamenti previsti dal Fondo di solidarietà. Un sostegno da darsi anche attraverso figure professionali come avvocati, commercialisti, esperti del settore bancario.

L’INDAGINE – Secondo gli inquirenti, invece, l’attività di indagine ha svelato l’esistenza di un “sodalizio criminale capeggiato dal presidente dell’associazione” che, con il coinvolgimento di altre persone all’interno dell’Antiracket, “ma anche di amministratori pubblici amministratori e imprenditori privati”, ha messo in atto diverse condotte con l’obiettivo di accedere attraverso una frode ai finanziamenti “in grave danno del Bilancio statale e della Comunità Europea”. L’Associazione e i relativi sportelli non sarebbero stati di fatto operativi, ma piuttosto costituiti con l’unico obiettivo di incassare i finanziamenti pubblici. Secondo l’accusa, nei rendiconti sono finite spese fittizie per il personale e sono state utilizzate fatture per operazioni inesistenti sull’acquisizione di beni e servizi tra cui la realizzazione di lavori presso gli sportelli di assistenza o la promozione di inesistenti campagne pubblicitarie e la rendicontazione di spese per viaggi e trasferte mai eseguite. Non solo: sarebbe stato falsamente attestato il raggiungimento degli obiettivi richiesti dal progetto in termini di assistenza ai nuovi utenti e numero di denunce raccolte.

IL RUOLO DELLA PRESIDENTE – L’associazione, per accedere ai contributi, aveva stipulato contratti di collaborazione con dipendenti fittizi e compiacenti professionisti, emettendo false buste paga o ricevendo fatture per prestazioni professionali inesistenti. Le somme indebitamente percepite dai finti collaboratori venivano successivamente restituite in contanti alla stessa presidente dell’Associazione. Venivano fatte salve, poi, le ritenute previdenziali e assistenziali. E quando la presidente ha saputo della convocazione presso gli uffici del Nucleo di Polizia Tributaria di alcuni suoi collaboratori per essere sentiti quali persone informate sui fatti, avrebbe ‘istruito’ i testimoni affinché rendessero dichiarazioni false per nascondere le irregolarità messe in atto per l’indebita percezione dei fondi erogati dal Ministero.