Nel giorno della nuova consacrazione di Matteo Renzi alla guida del Partito democratico, dopo la vittoria larga (e mai in discussione) alle primarie dem, più che al Nazareno l’attenzione sembra rivolta verso Palazzo Chigi. Ma non soltanto perché, è chiaro, nelle mani dell’ex premier ci sia il destino di Paolo Gentiloni e dell’esecutivo. Ma anche per la grana scoppiata poche ore prima dell’assemblea nazionale della nuova incoronazione: la circolare Boschi – svelata da Repubblica – che, di fatto, commissaria ogni atto dei ministri.

Dal palco è lo stesso Renzi a smentire i retroscena che attribuiscono all’ex presidente del Consiglio irritazione e fastidio per le azioni del governo guidato da Gentiloni. Anzi, almeno a parole, Renzi blinda il collega di partito: “Dobbiamo uscire dalla logica dei retroscena”, incalza, bollando come “barzellette” quanto riportato dai giornali. Per poi ribadire: “Da cinque mesi lo diciamo, nessuno del Pd metterà in discussione il sostegno al governo. E lo diremo fino alla fine della legislatura”. In realtà, le condizioni Renzi le pone eccome: “Quanto durerà non dipende da noi, ma dal governo stesso e dal lavoro Parlamentare”, avverte. Un mantra ripetuto anche dai suoi fedelissimi: “Gentiloni deve fare il governo, il Parlamento il Parlamento”, spiega pure Matteo Richetti: “Come si va avanti? Non mettiamo in difficoltà nessuno, ma serve attuare le riforme di Renzi, introdurre il reddito di inclusione, approvare i decreti attuativi della Buona scuola”. Tradotto, la certezza di arrivare a fine legislatura resta vincolata ai desiderata (elettorali) dell’ex premier. Governo avvertito. E presidiato. Non soltanto a parole.

Infatti sarà attraverso la circolare Boschi che tutti gli atti dei ministri dovranno preventivamente essere vagliati dal braccio destro di Renzi, prima di essere discussi in Consiglio dei ministri. Recita la circolare come il controllo sarà su “ogni schema del provvedimento, destinato ad essere adottato in forma di Dpcm o Dpr”. Ma non solo. Perché le stesse indicazioni varranno anche per “gli schemi di atti amministrativi e per i documenti, di qualsiasi natura, da sottoporre alla deliberazione o all’esame del consiglio dei ministri”. Tradotto, non si muoverà foglia che Boschi (e Renzi) non voglia. Condizioni che i ministri hanno accolto – è un eufemismo – con non poca irritazione.

Eppure, all’Hotel Marriott di Roma Fiumicino, arrivando all’assemblea dem, nessuno è sembrato minimamente preoccuparsi dell’iniziativa renziana. “Io commissariato dalla Boschi? Non me ne sono accorto”, taglia corto il Guardasigilli Andrea Orlando. Il ministro che – almeno in teoria – sarà l’uomo dell’opposizione nel nuovo corso renziano. Insieme a Michele Emiliano. Anche lui, non pervenuto sul tema. “I commenti li facciamo dopo l’assemblea”, fugge via il capogruppo alla Camera Ettore Rosato. Il solo ad accennare un timido distinguo è Gianni Cuperlo, con tono sarcastico: “Boschi commissaria il governo? Vorrà dire che l’esecutivo starà più sereno”.

Al contrario, la diretta interessata sembra farne una questione di interpretazione. Ma senza, di fatto, smentire. Solita a evitare il passaggio dall’ingresso principale, pur di sfuggire alle domande, questa volta Boschi viene annunciata ai giornalisti. A radunare stampa e tv è l’ex portavoce della stessa sottosegretaria alla presidenza del Consiglio: “Ora dichiara Boschi. Sulla circolare? Certo”, conferma ai cronisti Luca Di Bonaventura. Sorriso d’ordinanza, l’ex ministro delle Riforme attacca: “Nessun commissariamento, è un classico esempio di fake news“, incalza. Ma non smentisce il contenuto della circolare. Anzi, Boschi precisa pure: “Si tratta di rispettare regole che ci sono già. Se si vogliono cambiare sono la prima a dare una mano. Ma finché ci sono, vanno rispettate”, taglia corto l’ex ministro che aveva annunciato in caso di vittoria del No al referendum del 4 dicembre di voler lasciare la politica. Tra i ministri c’è anche chi difende Boschi e la sua circolare: “Ineccepibile”, è il commento del ministro alla Coesione Claudio De Vincenti. Insomma, dopo la scissione della Ditta di Bersani, Rossi e Speranza, il dissenso interno al Nazareno sembra ormai archiviato. Niente tracce, o quasi. Perché se Michele Emiliano evita attacchi frontali, dopo i toni incendiari della campagna elettorale, giustificandosi con il ritornello “oggi è la festa di Renzi“, è Andrea Orlando a sollevare il tema spinoso delle future alleanze. Elettorali e di governo. “Io tra Bersani e Berlusconi continuo a scegliere il primo”, incalza dal palco il Guardasigilli, tra i brusii dei neodelegati dem all’asssemblea.

Ormai iper-renzianizzata, con 700 delegati legati all’ex premier e a Maurizio Martina. Agli altri restano soltanto le briciole: 212 per Orlando, soltanto 88 per Michele Emiliano. Tradotto, nessuna possibilità di incidere nelle future decisioni. Il primo esempio è già l’elezione della presidenza PD, che ha visto la conferma di Matteo Orfini.

Lo “strappo” degli orlandiani – contrari al bis dell’ex commissario del Pd romano – si materializza attraverso appena in 60 astensioni. Poco più che un segnale, ma di certo non abbastanza per frenare la rielezione. “Renzi ha richiamato all’unità del Pd? Beh, forse l’inizio non è stato dei migliori, con la nomina di Orfini. Non si è mai visto che la presidenza dell’assemblea non vada alle minoranze”, si lamenta con IlFattoquotidiano.it Sergio Lo Giudice. Non è il solo: “Altro che inversione di rotta, qui nessuno l’ha vista. Ci siamo astenuti perché Orfini è un nome divisivo. E perché non c’è stata alcuna condivisione della scelta”, aggiunge Cesare Damiano. “Macché, sono soltanto ruggini del Congresso”, liquida invece Fausto Raciti, rievocando la spaccatura nella vecchia corrente dei Giovani Turchi (poi “Rifare l’Italia”), guidata dagli stessi Orlando e Orfini, poi separati alle primarie.

Quel che è certo è che, nell’assemblea che consacra Renzi e azzera il dissenso, diventa quasi inutile rilevare che in nessuno degli interventi – dopo cinque ore di dibattito – si sia mai richiamata l’attenzione sulla diaspora di voti persi: un milione in meno dal Pd rispetto alle primarie di quattro anni fa, oltre 600mila smarriti dallo stesso Renzi.