Cosa succede al populismo tedesco? Con l’annuncio di Frauke Petry, leader di Afd, Alternative Für Deutschland, è lecito domandarselo. La leader del partito euroscettico in un videomessaggio ha dichiarato che non si candiderà alla cancelleria alle elezioni di settembre, ufficialmente per “contrasti all’interno del partito” che a suo dire avrebbe “perso la bussola”. Un rifiuto netto quello di Petry, che si esprime con la promessa di “non essere disponibile a far parte nemmeno della squadra dei candidati di punta”, rifiutando quindi di rappresentare il partito.

Afd negli ultimi mesi sta vivendo una crisi d’identità per le rivalità interne, che vedono la fazione più moderata scontrarsi con quella più estrema, dalle simpatie naziste e antisemite, capeggiata da Björn Höcke, famoso per aver definito il monumento all’olocausto di Berlino “una vergogna”. La leader euroscettica, che si era battuta per l’espulsione del membro della Turingia, ha visto una fronda interna opporsi duramente e, a quanto pare, non ne è uscita vittoriosa. Una prima avvisaglia delle tensioni si era intravista con le lacrime amare versate sul palco di Weinboehla, quando i delegati scelsero Petry candidata con “solo” il 72% delle preferenze e le affiancarono il vice Alexander Gauland, come a non darle piena fiducia.

Ma secondo Werner Patzelt, politologo dell’università di Dresda, le cose stanno diversamente e la mossa di Petry funzionerà da spartiacque sul futuro del partito. Insomma, cosa farà da grande Afd che, dopo aver perso il suo fondatore Bernd Lucke, perde ora la donna che ne aveva preso le redini e lo aveva portato in alto nel novembre 2015 in piena crisi dei migranti? “Petry ha fatto un tentativo di dividere le questioni personali e quelle politiche – spiega il docente a IlFattoQuotidiano.it – ovvero chi sarà il candidato alle elezioni di settembre e se Afd debba diventare un partito normale, quindi a destra della Cdu, o un partito anti sistema che si oppone a agli schieramenti precostituiti”.

Si tratta di capire se ci sarà una “maturazione” del partito, ovvero l’instradamento nell’universo democratico tedesco. “Petry ha una leggera maggioranza per far incanalare il partito verso una formazione tradizionale, ma la sua maggioranza è posta a rischio perché lei si è messa contro l’ala più estrema del movimento”, continua Patzelt, che è convinto che nel fine settimana, quando il partito si ritroverà a Colonia per decidere il proprio futuro, ci sarà una svolta moderata.

Senza dubbio AfD sta vivendo una crisi forte, dovuta si ai contrasti interni, ma anche al calo dei consensi, erosi dal ben noto “effetto Schulz”, l’ex presidente dell’Europarlamento che ha riportato il Partito Socialdemocratico al 30% e che sta intercettando il malcontento della popolazione insoddisfatta delle politiche sociali di Angela Merkel. Di fatto, la ricandidatura della cancelliera e la discesa in campo di Martin Schulz hanno monopolizzato la campagna elettorale e creato una sorta di bipolarismo tedesco.

Il candidato di Spd “è un problema di Afd in quanto i giornali si sono occupati solo di lui e del suo effetto che ha funzionato moltissimo sulla stampa, un media hype che ora è finito”. A questo punto c’è da chiedersi cosa sarà di Afd e quindi del populismo alla tedesca, anche guardando al panorama europeo.

Se infatti è vero che nella vicina Francia Marine Le Pen, almeno secondo i sondaggi, vedrà l’accesso al secondo turno delle elezioni, in Olanda, benché ci sia stata l’affermazione di Geert Wilders, i risultati sono stati ben al di sotto delle aspettative. Per non parlare del Regno Unito, dove l’Ukip ha ormai diminuito i consensi e, dopo la vittoria nel referendum di Brexit, sembra aver perso la propria identità con il last man standing Douglas Carswell che è passato nelle fila degli indipendenti. Anche qui la battaglia per le elezioni del prossimo 8 giugno si gioca tra i due principali partiti, Labour e Tories, con i secondi che si sono fatti portavoce di una hard Brexit. Quello che emerge è un panorama piuttosto mutato rispetto alla foto di gruppo di Coblenza, quando il 21 gennaio all’internazionale populista, così la chiamarono i media tedeschi, Le Pen, Petry e Wilders in compagnia di Matteo Salvini sorridevano forti del consenso nei rispettivi Paesi.

Ma l’ultima parola per gli anti-euro tedeschi non è ancora detta e, secondo Patzelt, “il partito deciderà domenica il corso politico e quindi se essere antisistema, che lo porterà a perdere consensi e sicuramente a raggiungere a fatica lo sbarramento del 5%, o a rientrare nei ranghi della politica tedesca, avendo la chance di riconquistare voti e di attestarsi fino al 9-10% alle prossime elezioni”.

Questo dipenderà molto dalla scelta dei delegati di sostenere il programma politico di Frauke Petry presentato due settimane fa, che mira ad un “percorso politico vero e proprio di un partito borghese del popolo”, quindi lasciandosi dietro la frangia più estrema, antisemita e filonazista, diventando un partito a vocazione maggioritaria.