Ormai abbiamo capito che la politica tende a ignorare il caso della tesi di dottorato in Economia del lavoro del ministro Marianna Madia, con tutte le anomalie rivelate sul Fatto Quotidiano da Laura Margottini in una serie di articoli. Tra gli accademici, invece, si è acceso un notevole dibattito. Anche perché, oltre alla reputazione della Madia, qui c’è in discussione la credibilità di vari professori importanti coinvolti a vario titolo – relatori, tutor, commissari, referee – e di tutto l’Imt di Lucca, la scuola di alta formazione che secondo le classifiche dell’Anvur è il posto migliore d’Italia per la ricerca.

Dopo un articolo su Repubblica, l’economista della Bocconi Roberto Perotti è intervenuto con un lungo commento su lavoce.info. In entrambi Perotti tiene una linea difficile da interpretare: da un lato riconosce gli enormi problemi della tesi, dall’altro si dedica a contestare alcuni aspetti marginali lasciando al lettore, mescolando dati di fatto, suggestioni e ipotesi. Visto che Perotti contesta alcuni punti sollevati dal Fatto – sulla base di argomenti non sempre lineari – mi sembra giusto dare qualche risposta.

“L’esperimento della tesi (il cuore del capitolo 3, l’unico davvero di ricerca, ndr) non è mai stato fatto. Falso”, scrive Perotti. Che poi, con una vaghezza che a noi giornalisti non è consentita, scrive: “Secondo le informazioni da me raccolte, l’esperimento si è svolto, e in tre sessioni: a tutte e tre era presente Caterina Giannetti (collega di dottorato della Madia, ndr), ad una era presente Maria Bigoni (altra collega, ndr). Che non risulti un esperimento di questo tipo a loro nome è quasi sicuramente dovuto al fatto che per accedere al laboratorio si è usato l’account di un ricercatore locale. Questa è prassi comune e motivata da ragioni di sicurezza e comodità. Anche in una università italiana da me consultata, quando un visiting researcher vuole fare un esperimento, si usa l’account di una persona locale già abilitata”.

Perotti non ci dice da dove nasce questa certezza. Noi giornalisti ci dobbiamo basare sulle informazioni documentate: nella tesi la Madia scrive di aver condotto un esperimento di economia comportamentale a Tilburg, in Olanda. L’università di Tilburg ha risposto a Laura Margottini che “Madia does not appear in any of our records. She was not a visiting Phd student” (Madia non figura in nessuno dei nostri registri, non era uno studente di dottorato in visita).

Sempre l’università, ha spiegato che Caterina Giannetti “ha prenotato il laboratorio 3 volte nel periodo ottobre-novembre 2008” e ha fatto gli esperimenti senza coinvolgere altri ricercatori del luogo. “Poiché sia Madia che Giannetti hanno conseguito il loro dottorato nel 2008, crediamo che i possibili esperimenti siano stati usati solo per pubblicazioni successive, non per la tesi”. Quanto a Maria Bigoni, “le sue ricerche sono in un campo completamente diverso da quello della Giannetti” (e dunque della Madia, visto che il capitolo 3, quello dell’esperimento, appare su una pubblicazione co-firmato da Giannetti e Madia).

Queste sono le informazioni che abbiamo qui al Fatto. Se Bigoni e Giannetti avessero voluto dare anche a noi la loro versione, l’avremmo registrata con interesse, invece hanno scelto solo il “no comment”.  Può essere che Perotti ne sa più dell’università di Tilburg, ma noi ci dobbiamo basare sulle informazioni ufficiali ricevute.

Inoltre: la tesi viene mandata il 25 agosto 2008 ai due referee interni a Imt senza la parte dell’esperimento. La loro valutazione – con parecchie critiche – è stata trasmessa entro la metà di settembre. Non conosciamo la data della discussione della Madia, ma certo sarebbe interessante sapere come – da parlamentare neo-eletta e in teoria impegna a compensare la sua “straordinaria inesperienza”in poche settimane la Madia abbia trovato il tempo di andare a Tilburg senza che l’università se ne accorgesse, o di interagire con Tilburg senza andarci, elaborare un esperimento complesso (anche se preso da altri già esistenti), ottenere i risultati, elaborarli e inserirli nella tesi senza lasciare alcuna traccia di come e dove abbia raccolto questi dati.

Anche a prendere per buona questa versione degli eventi, vorrebbe dire che il cuore del dottorato della Madia si fonda su una ricerca ideata, realizzata e meditata per meno di tre mesi! Da settembre 2008 a dicembre 2008. Questo magari scagionerebbe la Madia da una parte delle accuse ma certo farebbe comunque riflettere su quanto (poco) è stato esigente l’Imt nei confronti di quella che già allora risultava essere la sua allieva più famosa.

Tra gli altri aspetti marginali su cui Perotti si concentra c’è questo:

“Madia non ha avuto alcun ruolo nell’esperimento. Falso. L’idea originale dell’esperimento, di studiare l’effetto delle tutele crescenti, è dovuta a Marianna Madia. La stessa ha anche partecipato attivamente alla stesura del protocollo dell’esperimento, con interazioni a distanza più che giornaliere con Caterina Giannetti nelle settimane precedenti alla effettuazione dell’esperimento”.

Perotti avrà visto mail private che noi non abbiamo. Ma la questione non cambia di molto. Nella tesi non c’è scritto come e quando è stato fatto l’esperimento, si dice solo che si è svolto a Tilburg e vengono ringraziate Giannetti e Bigoni, che hanno passato un periodo in Olanda. E il ringraziamento sembra relativo alla realizzazione, non al design, cioè alla progettazione.

Altre minuzie di Perotti:

Non c’è mai stata una presentazione dei risultati dell’esperimento. Falso. Scrive Laura Margottini che la portavoce dell’università di Tilburg ha dichiarato: “non troviamo alcuna presentazione o seminario dal titolo: Flexicurity Pathways for Italy: Learning from Denmark”. Questo non è sorprendente. Secondo le testimonianze da me raccolte, era una presentazione informale, come ne avvengono tante tra studenti di dottorato e anche tra docenti, per pochi compagni di corso o colleghi interessati, per presentare i risultati preliminari e ricevere commenti. Credo che vi siano testimoni della presentazione”.

Con i “credo” si va poco lontano. Forse Perotti si confonde con una presentazione di quel lavoro – anche in questo caso, guarda un po’, a doppia firma Giannetti-Madia, a un convegno a cui partecipava anche lui (qui il programma). Ma era l’estate del 2009, cioè dopo la fine del dottorato della Madia. In ogni caso, anche questa presentazione è stata così discreta da non lasciare traccia alcuna a Tilburg.

Su quanto l’esperimento della Madia sia diverso da quello dei paper a cui attinge senza citare debitamente – cioè senza specificare che sta usando idee altrui – ognuno può farsi la propria opinione. Come minimo non ha attribuito il giusto merito alle fonti di ispirazione.

Questo è invece un punto più fattuale:

“Il regolamento dell’IMT di allora non consentiva tesi coautorate. Falso. Ho letto il regolamento dell’IMT di allora, e non vi è menzione di tesi coautorate. Ne desumo che non fossero proibite. Altre testimonianze confermano che tesi coautorate erano consentite. Del resto, la tesi di dottorato di MB all’IMT conteneva due capitoli coautorati, e i coautori venivano esplicitamente menzionati come tali”.

Perotti qui contesta qualcosa che nessuno ha mai scritto. Il Fatto, sempre con Laura Margottini, ha riportato semplicemente che oggi l’Imt vieta le collaborazioni non autorizzate. Nessuno dei protagonisti ha voluto spiegare quali fossero le regole di ingaggio dell’epoca e se fosse stata autorizzata la collaborazione. Ma è veramente una questione marginale.

Quello che conta è la sostanza: in una prima versione (quella mandata ai due referee interni) il capitolo 2 della tesi è firmato Giannetti-Madia e in una versione successiva il capitolo 3 appare su una pubblicazione come Giannetti-Madia. In mezzo c’è la tesi che ha solo la firma della Madia, mentre tante altre tesi Imt presentano, dove necessario, anche i nomi dei co-autori. Almeno pro tempore, quindi, davanti alla commissione esaminatrice Madia ha presentato come autonomo un lavoro che invece era stato svolto insieme alla collega Giannetti. Già questo comportamento sarebbe censurabile.

Perotti poi chiude il suo articolo con una serie di considerazioni personali sull’accademia, sui “tanti nemici” dell’Imt, sulla Madia.

Una volta per tutte: noi ci siamo occupati della tesi della Madia perché una fonte ci ha segnalato una possibile anomalia e, da lì, Laura Margottini ha indagato. Con software anti-plagio e sottoponendo le sue analisi ad esperti internazionali indipendenti. Il nostro unico vero errore è stato di pensare che l’Italia fosse un Paese normale in cui a chi esercita incarichi pubblici (parlamentare e poi ministro) non dovessero essere consentite scorciatoie. E che scoprire che un ministro ha fatto una tesi di dottorato con ampio uso di copia & incolla e una lunga serie di disinvolture fosse comportamento tale da suscitare indignazione e sanzioni morali, come accade negli Usa, in Germania o in altri Paesi con una coscienza civica più sviluppata.

Ci siamo sbagliati. E solo di questo chiediamo scusa: di aver sopravvalutato il senso etico dei politici e dei loro elettori, oltre ad aver erroneamente pensato che nonostante il suo spirito corporativo l’accademia sarebbe stata in grado di censurare e punire chi viola i criteri della ricerca scientifica e così facendo indebolisce la reputazione dei tanti che invece si comportano con serietà.