Addio ad Alex Zanardi, il campione che non si è mai arreso: l’incidente e la seconda vita che lo ha reso leggenda
All’improvviso la paura si è trasformata in lacrime. Quelle di una Nazione intera. Perché Alex Zanardi ha lottato un’altra volta contro la morte. E stavolta si è dovuto arrendere. L’uomo che era rinato fino a diventare un simbolo è stato trascinato di nuovo indietro nella sua dimensione terrena. Un corpo fatto di carne e di ossa, di sangue e di dolore. Dopo il primo incidente, 19 anni più tardi Alex è stato coinvolto in un altro spaventoso scontro. Era un pomeriggio di giugno 2020. Zanardi ha lottato ancora, per altri sei anni. E c’è qualcosa di crudele in questa ciclicità della storia.
Perché la vita di Zanardi (ma anche la nostra) è cambiata una volta per tutte il 15 settembre del 2001. Sul circuito tedesco di Lausitzring il pilota bolognese spinge forte l’acceleratore della suo monoposto in una gara della Formula Cart. Alla partenza era ventiduesimo, quando mancano una manciata di giri alla fine è addirittura in testa. Una rimonta da leggenda. Almeno fino a quando Zanardi non torna ai box per l’ultimo pit stop. Sulla pista c’è una macchia di olio e acqua, ma Alex neanche se ne accorge. Il piede sul gas, lo sguardo a chi sopraggiunge da dietro. Non ha neanche il tempo di rendersi conto di quello che sta succedendo. Sente solo la sua vettura che si imbizzarrisce e che comincia a girare su se stessa. Alle sue spalle arrivano due monoposto. Una lo evita, l’altra no. Il muso della macchina di Tagliani picchia forte contro il muso della macchina di Zanardi. L’auto di Alex è tagliata a metà.
Il corpo del pilota bolognese è ancorato nell’abitacolo della sua Reynard Honda. Le gambe volano via insieme al musetto. Il medico prova a tamponargli le arterie femorali. Il prete del circuito va al sodo e gli dà l’estrema unzione con l’olio del motore. Zanardi viene caricato a bordo di un elicottero e viene trasportato all’ospedale di Berlino. Per tutti è destinato a morire. Lui resta per quattro giorni in coma e poi riapre gli occhi. “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa“, dirà dopo essersi svegliato. Ed è così. All’improvviso, tutto quello che Alex aveva fatto in carriera non conta più. Una sola cosa rimane: il suo smisurato amore per i motori, una passione coltivata contro la volta di suo padre idraulico e di sua mamma sarta.
Perché Alex aveva una sorella, Cristina. Ed era morta in un incidente stradale. Parlare di auto in casa non è esattamente piacevole, eppure Zanardi si sente libero solo al volante. Inizia con i kart, si fa le ossa nelle serie minori. La grande opportunità arriva nel 1991, quando la Jordan lo fa debuttare in Formula 1 nel Gran Premio di Spagna. Zanardi fatica a imporsi, corre qualche gara con la Minardi, poi passa alla Lotus. Nel 1994 viene retrocesso a collaudatore, poi saluta e passa alla Formula Cart. Nel 1999 torna in Formula 1 al volante della Williams. Non è un un grande successo. Finisce diciannovesimo con zero punti conquistati. Così decide di tornare negli Stati Uniti, fino a quel maledetto pomeriggio del settembre 2001.
Alex però ne esce ancora più forte. Inizia a gareggiare con le vetture “Turismo”. E il 28 agosto del 2005, ad Oschersleben, si prende la sua prima rivincita: la sua BMW taglia per prima il traguardo e lui diventa il primo pilota disabile a vincere una gara. Alex inizia a adattarsi al suo nuovo corpo e diventa ancora più competitivo. In un programma televisivo dichiara di correre a casa contro il figlioletto. Lui sulla sua carrozzina, il bimbo sulla sua macchinina. E pur di vincere, Zanardi si lascia andare a qualche spintarella al limite del regolamento.
Ma la vera folgorazione arriva quasi per caso. Nel parcheggio di un autogrill scorge una handbike sulla macchina di un altro disabile. È amore a prima vista. Alex spinge i pedali con le mani, suda, si sente di nuovo vivo. Diventa un esempio per gli altri, l’immagine di un uomo capace di andare oltre i propri limiti, di scombinare i piani del destino. In poco tempo diventa una leggenda del paraciclismo. Prima vince i campionati italiani, nel 2010, poi centra l’argento ai Mondiali danesi. Un anno più tardi non solo vince la maratona di New York, ma stabilisce anche il nuovo record di categoria. La maratona di Roma è solo l’antipasto per il successo più scintillante: l’oro paralimpico a Londra 2012.
I suoi ori mondiali sono così tanti che è quasi impossibile tenerne il conto. Nel frattempo diventa anche un volto televisivo. Il suo sorriso buca lo schermo, il suo carisma accarezza il cuore dei telespettatori. Nel 2010 il suo primo programma. Si chiama E se domani e va in onda su Rai Tre. Ma è nel 2012 che arriva la svolta. La Rai gli affida la conduzione di un format di successo come Sfide. E nessuno meglio di lui riesce a incarnare lo spirito del programma. Qualche settimana fa l’ultima apparizione: in occasione della Festa della Repubblica presenta Storie Tricolori – Non mollare mai. Poi è di nuovo tempo di salire in sella, di tornare a sentirsi libero. Fino a quella curva lungo la statale 146 che da Pienza porta a San Quirico d’Orcia, Siena. L’ultima della sua vita straordinaria.