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Venezia in campagna elettorale: il centrosinistra candida bengalesi favorevoli a una moschea, centrodestra contrario

Le elezioni comunali sono previste il 24 e 25 maggio e il voto della comunità straniera (20.000 residenti) conta. Opposte le posizioni dei due candidati; Simone Venturini (centrodestra), è stato tassativo: "C'è già un centro di preghiera". Andrea Martella, segretario regionale del Pd e senatore: “Bisogna integrare, non fare le guerre”
Venezia in campagna elettorale: il centrosinistra candida bengalesi favorevoli a una moschea, centrodestra contrario
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I veneziani serenissimi, che combattevano navigando su è giù per l’Adriatico, sapevano anche convivere con i popoli del Mediterraneo. Con astuzia levantina avevano ospitato al Fondaco dei Turchi quella che per due secoli – tra il 1621 e il 1838 – è stata probabilmente l’unico luogo di culto islamico nell’Europa cristiana. Si trattava di una piccola moschea per i mercanti che attraccavano in Bacino di San Marco, mentre le severe leggi della Repubblica punivano incatenando fino a cinque anni ai remi chi avesse offeso un musulmano.

Una lezione che viene dal passato, ma che sembra essere stata dimenticata nel capoluogo lagunare, alcuni secoli dopo, visto che sulle elezioni per eleggere il sindaco che succederà a Luigi Brugnaro è scoppiato lo scontro religioso. O meglio, etnico e politico a causa delle migliaia di cittadini bengalesi che vivono in città e invocano da tempo la necessità di costruire una moschea per coltivare il proprio culto, uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ovviamente i partiti si sono divisi su un tema che va maneggiato con cura ed è destinato a spostare equilibri anche elettorali. Infatti i bengalesi che vivono e lavorano a Venezia sono circa 20 mila. La comunità è la seconda in Italia dopo Roma e costituisce, con i 3 mila che hanno già ottenuto la cittadinanza italiana, un importante serbatoio di voti. Sono occupati nella cantieristica, come dimostra il processo in corso in un‘aula del Tribunale per lo sfruttamento dei lavoratori di Porto Marghera, in buona parte provenienti dall’Asia. Ma i bengalesi trovano occupazione anche negli alberghi e nei ristoranti del centro storico.

Insomma, le elezioni comunali veneziane (24 e 25 maggio) sono importanti anche perché pongono un tema essenziale per la politica e i partiti: con il crollo demografico, gli immigrati sono destinati a diventare decisivi. Soprattutto nelle consultazioni amministrative. Ricordiamoci che il Comune di Venezia conta 251mila abitanti, ma soltanto 47mila ormai abitano nel centro storico, mentre oltre 178mila vivono sulla terraferma. E la percentuale di nuovi veneziani cresce ogni anno di più.

Ed ecco, quindi, il tema della moschea: tra manifesti contro la costruzione del nuovo edificio di culto, crociate leghiste guidate dall’eurodeputata Anna Maria Cisint, chiusure del candidato del centro-destra e contrapposte aperture del centrosinistra, la Laguna è diventata un laboratorio di intolleranza, parole d’ordine e slogan da guerra di religione.

All’inizio sembrava che addirittura Fratelli d’Italia avesse compiuto una vistosa piroetta. Il primo promotore di una moschea a Mestre era stato Prince Howlader, uno dei portavoce della comunità bengalese, che non solo si era iscritto ma era entrato nel circolo di Mestre e Carpenedo. Quando il partito ha preso atto che la sua posizione avrebbe aperto uno scontro con gli alleati, è stato messo da parte.

A quel punto è entrata in scena, in modo assordante, la Lega. Inizialmente con l’ex sindaco di Monfalcone, che ha imbracciato da anni lo scudo delle crociate, considerando l’Islam il motore di un attacco generalizzato all’Occidente e alla Cristianità. Cisint, assieme all’attuale vicesindaco veneziano Sergio Vallotto, ha accusato: “Il Pd diventa un partito ‘teocratico’, perché vuole aprire le porte all’islam più radicale”. Ed è così che alcune settimane fa è partita una campagna di propaganda con l’affissione di manifesti “No Moschea – Vota Lega” sugli autobus Actv che scorrazzano per la città. Un putiferio, reazioni scandalizzate, accuse di oscurantismo per il partito di Matteo Salvini. Alla fine Vela, la società partecipata del Comune, ha bloccato tutto: “A seguito delle valutazioni effettuate e sulla base dei riferimenti contrattuali vigenti, il concessionario ha disposto la sospensione della campagna, riscontrando la presenza di contenuti di natura religiosa non compatibili con le regole che disciplinano l’utilizzo degli spazi pubblicitari sui mezzi del trasporto pubblico locale”. Leghisti inferociti. Vallotto: “E’ un precedente pericoloso che limita la libera espressione. Silvia Sardone: “Il Pd calpesta identità, tradizioni e radici cristiane”.

Il riferimento tira in ballo il partito del candidato sindaco Andrea Martella perché l’anti-crociata è stata lanciata da Sumiya Begum, una dei sette bengalesi nelle liste del centrosinistra. Ha scritto agli enti comunali chiedendo di rimuovere i manifesti, definiti “vergognosi e anticostituzionali”. È intervenuta anche un esposto dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane.

Ed ecco entrare in scena i due principali pretendenti alla poltrona di sindaco. L’assessore comunale uscente, Simone Venturini (centrodestra), è stato tassativo: “Non servono grandi moschee dall’aspetto arabeggiante, c’è già un centro di preghiera”. Andrea Martella, segretario regionale del Pd e senatore: “Bisogna integrare, non fare le guerre”. Una risposta al dilemma della moschea a Mestre arriva dai candidati di centrosinistra. Tra i candidati a Marghera ci sono Abdul e Kamun che hanno preparato volantini elettorali scritti in bengalese. Alla presentazione in un cinema degli esponenti asiatici è stato annunciato: “La moschea si farà a Mestre e chi fa propaganda per il no ignora che si tratta di un diritto”. Kamrul Syed, impegnato nella Venice Bangla School, ha spiegato: “Il mio impegno è per le seconde generazioni nate qui in Veneto. Abbiamo scelto il Pd perché è da 20 anni che ci ha accolto, insieme potremo fare tante cose in una città in cui non siamo più ospiti ma abitanti. Vogliamo che i nostri figli sentano che sono a casa e non stranieri”. La mediatrice culturale

Rhitu Miah, architetto, da 25 anni in Italia. “Mi hanno chiesto di candidarmi sia bengalesi che italiani, è necessario un dialogo fra le nostre comunità. Voglio difendere i diritti delle donne, tutte, di avere accesso alla parità di genere e alla sicurezza”. E all’obiezione di farsi pubblicità in bengalese obietta: “Se fossi di madrelingua inglese e scrivessi in inglese, mi farebbero obiezioni? Per noi è importante spiegare le regole, la Costituzione, anche il sistema elettorale, che è diverso in Italia rispetto al Bangladesh. Queste persone hanno diritto di votare e hanno bisogno di farlo nella maniera corretta”. Clark Manwar, imprenditore alberghiero: “La moschea è fondamentale: a Venezia un residente su quattro ha origini straniere, parliamo di una comunità di 50mila persone. Non devono avere un loro luogo di culto? La destra usa questo tema per raccattare voti, ma è una battaglia antistorica, medievale. Non solo i bengalesi, l’intera comunità musulmana è choccata dalle reazioni di questi giorni”.

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