Era pronta anche la conferenza stampa per presentare i nuovi proprietari, in programma sabato a Casa Milan con tanto di diretta tv. Affioravano tutti i dettagli: studio notarile, il numero delle persone che faranno parte della delegazione in arrivo da Pechino, l’orario dell’assemblea dei soci, i nuovi volti nel consiglio d’amministrazione. Poi il panico: l’amministratore delegato in pectore del Milan, Marco Fassone, non sarebbe più riuscito a mettersi in contatto con i referenti del fondo Sino-Europe Sports, che dovrebbero formalizzare l’acquisto del 99,93% delle quote del club da Fininvest. Cinesi spariti? Non proprio. Ci sono – chi sono ancora non si sa – ma non hanno tutti i soldi per pagare. E la holding berlusconiana sembra propensa a concedere ancora altro tempo in cambio di un’altra garanzia: una nuova caparra da 100 milioni per avere circa un mese di tempo nel quale perfezionare l’acquisto.

Avrebbero dovuto versare 320 milioni di euro entro il 3 marzo per prendersi il Milan, atto finale della trattativa-fiume già prorogata lo scorso dicembre. Ma i problemi non mancano. Così il capo della cordata, il misterioso Yonghong Li, ha chiesto di poter dilazionare il pagamento perché gli altri acquirenti avrebbero fatto marcia indietro. Non tutti i soldi ora, ma a rate. E Fininvest non l’avrebbe presa bene, ma alla fine ha accettato. Li potrebbe chiedere un nuovo slittamento, ma bisognerà capire se la holding berlusconiana sarà disposto a concedere altro tempo.

L’assemblea dei soci del Milan è stata confermata per il 3 marzo, ma almeno di nuovi e clamorosi colpi di scena il closing non ci sarà. Prima Dagospia, poi Agi China e Sky Sport 24, infine Radio 24 e Adnkronos, nel corso della giornata hanno aggiunto diversi tasselli a un puzzle che non ha ancora un senso. Non tutti i soldi sono stati raccolti, China Merchant Bank non saprebbe nulla dell’investimento nel Milan al quale è stata accostata da diverse fonti di stampa e soprattutto della cordata con i grandi investitori non sarebbe rimasto che Yonghong Li, uno dei pochi punti fermi in tutta questa storia ma personaggio misterioso e poco conosciuto in Cina. Quando tutto sembrava definito, gli scenari attorno alla cessione club rossonero dalle mani di Silvio Berlusconi a quelle degli uomini di Pechino si sono fatti di nuovo contorti.

La giornata si era aperta con una serie di notizie confortanti apparse sui grandi giornali: dalla Cina sarebbe in arrivo una delegazione di 32 persone, l’ex ad di Telecom Marco Patuano e l’avvocato Roberto Cappelli farebbero parte del nuovo consiglio d’amministrazione e lo studio notarile Busani-Ridella-Manella è stato scelto per curare il closing. Il Sole 24Ore ha fatto anche i nomi investitori e finanziatori: Yonghong Li, Haixia, Huarong, China Construction Bank e China Merchant Bank. Poi l’aria è cambiata. La notizia più importante arriva dopo mezzogiorno. Agi China – che ha tra i suoi partner lo Studio Chiomenti, tra coloro che, si è scritto più volte, è coinvolto nell’operazione – smentisce la presenza di China Merchant Bank nella cordata.

Contattata dal sito, la responsabile delle pubbliche relazioni dell’istituto ha spiegato l’impossibilità per una banca privata cinese di investire in un club calcistico straniero: “Siamo quotati in Borsa, quindi trasparenti – riporta Agi China – una notizia del genere, se fosse stata vera, sarebbe stata già resa pubblica”. Poi Sky Sport 24 ha raccontato che negli ambienti rossoneri ci sarebbe qualche “apprensione in più” anche se “da quanto filtra sembra che l’affare possa concretizzarsi regolarmente il 3 marzo” ma non è esclusa una nuova proroga. Nel pomeriggio, durante la trasmissione Tutti Convocati di Radio 24, viene tratteggiato un altro scenario: “Yonghong Li unico proprietario, gli altri si sono sfilati. Si discute su nuova rateizzazione o proroga”. Il Milan conferma che il 3 marzo si terrà l’assemblea soci, ma l’Adnkronos svela: “Marco Fassone non riesce più a mettersi in contatto con i referenti del fondo cinese”. Una notizia che non ha trovato conferme. Ma di certo le difficoltà non mancano.

Appena tre giorni prima delle firme, il closing slitta di nuovo, moltiplicando i dubbi attorno alla vendita, ripartiti dopo che Huarong aveva smentito a Business Insider un suo coinvolgimento nell’azionariato. La situazione resta questa: Fininvest aspetta altri 100 milioni dopo i 200 milioni di euro versati come caparra negli scorsi mesi, arrivati in parte dal paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. Il 3 non si alza il sipario. Un solo dato appare certo: se l’affare non dovesse concretizzarsi, le caparre resterebbero nelle casse della holding berlusconiana. Se invece tutto dovesse filare liscio, resteranno i dubbi dei tifosi: quanto è solida una cordata che in otto mesi non è riuscita a raccogliere neanche i soldi necessari all’acquisto?