Si avvicina l’ora della Brexit. E già entro la fine di marzo, quando sarà attivato l’articolo 50, i cittadini europei che vogliono trasferirsi nel Regno Unito non avranno più automaticamente il diritto di rimanere in modo permanente nel Paese. Non solo: potranno anche essere soggetti a un visto di lavoro e vedersi limitare l’accesso ai benefit. Ad agitare lo spettro di una stretta alla libera circolazione nel Regno Unito sui cittadini che arrivano dal continente è il Daily Telegraph, quotidiano filo conservatore e notoriamente su posizioni euroscettiche, che anticipa il piano della premier Tory Theresa May.

Il giornale arriva perfino a ipotizzare una deadline, intorno al 15 marzo, che faccia da spartiacque per gli immigrati comunitari ai quali verranno garantiti o meno i diritti di residenza. Ma quella che sembra la speranza dell’ala più euroscettica dei Tories – non è un caso che fra i sostenitori dell’iniziativa venga citato l’ex ministro ed esponente filo Brexit Iain Duncan Smith – è stata ridimensionata da Downing Street, secondo cui non è stata indicata una scadenza perché il governo di Londra non intende prendere decisioni unilaterali prima che sia raggiunto un accordo con Bruxelles sul futuro dei cittadini Ue residenti nel Regno e gli ‘expat’ britannici che vivono nel continente.

Resta comunque il fatto che, come ha ribadito il ministro degli Interni, Amber Rudd, il principio di libera circolazione come lo conosciamo “è destinato a cambiare” dopo il divorzio da Bruxelles. L’esecutivo sta lavorando a tutta una serie di limitazioni per ridurre gli ingressi dai Paesi Ue come chiesto dai sudditi di sua maestà col referendum sulla Brexit. Le speculazioni fatte dai media hanno spinto un alto diplomatico di Bruxelles a dichiarare al Guardian che “finché il Regno Unito è uno Stato membro ha i suoi diritti e doveri“, sottolineando che Londra si potrà comportare in modo autonomo solo una volta che sarà uscita dall’Unione. La questione degli immigrati non è l’unica che deve gestire May nel complesso passaggio della Brexit, c’è anche quella della Scozia.

Secondo il Times, la premier conservatrice teme la possibilità che venga chiesto da Edimburgo un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito dopo quello del 2014 perso dai nazionalisti dell’Snp. La ‘first minister’ Nicola Sturgeon sarebbe pronta a ricorrere al voto popolare pur di salvare la permanenza scozzese nel mercato unico europeo. Il governo di Londra ha ribadito oggi la sua posizione contraria, affermando che un nuovo referendum è da escludere. Resta comunque il rischio che un eventuale muro contro muro blocchi il processo di devolution. La premier infatti ha la possibilità di negare il referendum ma una decisione di questo tipo rischia di provocare una vera e propria crisi costituzionale e anche lo sfaldamento del Paese.