La crociata contro la disoccupazione è partita al grido “paghino le tasse” strillato da Bill Gates. Un simile urlo, storico non meno di quello dipinto da Edvard Munch, ha richiamato l’attenzione planetaria sulla necessità di disciplinare l’inserimento di apparati tecnologici in tutte quelle mansioni che un tempo erano demandate ad esseri umani. La riduzione del costo del lavoro passa attraverso il ricorso a macchine in grado di sostituire i tradizionali operai. Una scelta facile e immediata, ma tutt’altro che socialmente indolore. Le imprese, felici di risparmiare ed entusiaste dell’incremento di efficienza incluso nel minor prezzo, hanno subito optato per l’adozione di robot.

Automi e apparecchiature non antropomorfiche si sono prospettate come la soluzione ideale per chi vuole competere sui più diversi mercati accomunati dal desolante destino della crisi economica in corso. A farne le spese uomini e donne fino a poco tempo fa considerati fondamentali per il perseguimento degli obiettivi industriali, commerciali e persino istituzionali. Chi pensava – per gli anni a venire – di poter contare sul proprio posto di lavoro, scopre di non essere competitivo: l’avversario non è qualcuno (a lungo si guardava con sospetto la “manovalanza” straniera) ma qualcosa.

Ristabilire un equilibrio nei contesti occupazionali è impegnativo e la soluzione suggerita da Mister Microsoft è una delle strade certamente percorribili. L’introduzione negli ordinamenti tributari di una specifica tassazione in capo alle realtà (aziende, enti, organizzazioni), che utilizzano robot al posto di “normali” dipendenti in carne ed ossa, non riesce certo a disincentivare gli imprenditori e a dissuaderli dal far ricorso alle opportunità tecnologiche, ma può sortire un possibile effetto positivo. L’introito fiscale può essere indirizzato alla costituzione di un fondo destinato a garantire una indennità di disoccupazione per chi è vittima… del progresso.

Il sistema, però, ha solo funzioni anestetiche e rischia di narcotizzare le risorse che dovrebbero essere impiegate a far guarire il contesto occupazionale. Una manovra di quel tipo rischia di essere la quintessenza dell’assistenzialismo e di segnare la resa senza condizioni dinanzi all’evoluzione digitale e alla verticale regressione sociale.

L’impiego di androidi o di attrezzature meccaniche per l’automazione dei cicli produttivi o per l’erogazione dei servizi probabilmente meritava una riflessione preventiva e non una patetica rincorsa a riacciuffare una situazione sfuggita di mano. Non è un problema solo tecnico o economico, ma piuttosto una questione sociale che è stata per anni sottovalutata o addirittura nemmeno sfiorata dalle più elementari riflessioni.

Le macchine devono alleviare il lavoro delle persone, svolgendo in loro vece le attività pericolose e quelle eccessivamente faticose o logoranti. Il “dosaggio” dell’impiego di sofisticati equipaggiamenti in grado di operare in totale autonomia è fondamentale. Chi immagina una civiltà in cui lavorano le macchine e l’uomo ne gode i frutti, probabilmente non considera le dinamiche di emarginazione reddituale dei non-padroni, non prevede la ghettizzazione di chi vive di mero sussidio alternativo alla ormai obsoleta retribuzione, non immagina neppure il clima di depressione conseguente la disoccupazione e la correlata constatazione di una propria inutilità.

Non ce ne voglia Bill Gates se classifichiamo vecchia la sua idea di una tassazione in proposito. Le sue dichiarazioni fanno venire in mente Benigni mentre – nel film “Il Papocchio” di Renzo Arbore – restaura la Cappella Sistina e recita l’immaginario dialogo tra Marx e Dio. Nella scena ogni buon proposito del politico comunista è seguito dal ritornello “caro Carlo Marx, questo l’ho già detto io…”.

Senza scomodare Nostro Signore, sono stati tanti ad ipotizzare un “reddito di base” da garantire a chi perde il lavoro e da reperire con una specifica imposizione tributaria.

Chi vuole approfondire questo tema, senza dubbio suggestivo, ad esempio può andare a leggere un documento del Parlamento Europeo sul diritto civile della robotica. E’ la relazione di Mady Delvaux e porta la data del 31 maggio scorso. Si scoprono tra l’altro la previsione di un’anagrafe in cui registrare i robot, dell’obbligo di una assicurazione per la responsabilità civile per gli eventuali danni a persone o cose, dell’istituzione di una Agenzia o Authority a disciplinare il settore e così a seguire.