Giovedì 23 febbraio alle 14 la rete dei 65 movimenti per il sostegno ha organizzato un sit-in davanti a Montecitorio – iniziativa sostenuta anche da alcuni sindacati e da altri soggetti del movimento per la difesa della scuola pubblica – per chiedere il ritiro delle deleghe “in bianco” che la legge 107 (la sedicente “Buona Scuola”) ha attribuito al governo per compiere il definitivo attacco alla scuola della Costituzione. Esse concludono definitivamente il percorso iniziato con la legge 107 e sono state il frutto di un’operazione silenziosa, sarebbe stata inopportuno parlarne all’approssimarsi del voto referendario: governo e Miur hanno taciuto con le parti in causa, dal momento che la scuola si preparava a esprimere in modo clamoroso, votando no, la propria avversione alla legge 107.

Allo scadere del termine per la pubblicazione, hanno attaccato 8 (sui 9 previsti dalla legge) ambiti strategici e importantissimi per la scuola. Non sono certo le audizioni parlamentari, affrettate e farsesche, con l’affastellamento in commissione di soggetti in tempi contingentatissimi, e a cui parte delle associazioni non ha voluto partecipare, che possono far dimenticare che quelle tematiche sono state intenzionalmente sottratte al dibattito parlamentare e all’ascolto delle istanze che il mondo della scuola – con caparbietà, impegno, civiltà – ha tentato di rappresentare senza risultato. Evidentemente la lezione del 4 dicembre non ha reso il governo più ragionevole e sensibile alle argomentazioni di chi a scuola lavora quotidianamente.

L’appuntamento di giovedì pomeriggio ha pertanto un’importanza straordinaria. Perché rappresenta – è bene sottolinearlo – il primo significativo rigurgito di indignazione nei confronti di un esecutivo che continua a fare della questione scuola una cosa propria, meno clamorosamente di quanto facesse Renzi, ma con altrettanta pervicacia, protetto dai modi gentili di Paolo Gentiloni, rifiutando l’ascolto di quanti – allora, nel 2015, come oggi – ne continuano a mettere in discussione impianto ideologico e singoli provvedimenti, forti di considerazioni accurate e persino di proposte alternative.

Inaugurando una stagione che si annuncia caratterizzata da appuntamenti di mobilitazione: dall’8 marzo, sciopero del movimento transnazionale Non una di Meno, che vedrà certamente la partecipazione della scuola, rappresentante di una delle professioni maggiormente femminilizzate; allo sciopero del 17 marzo, indetto da alcune sigle del sindacalismo di base. Vedremo cosa farà la Flc-Cgil, che per il momento ha dato l’adesione alla manifestazione del 23. Nel frattempo un gruppo consistente di associazioni e parti del movimento della scuola ha inviato a tutto il mondo sindacale una lettera aperta per sollecitare – sulla base della gravità delle deleghe e della incuria del governo rispetto agli esiti del voto del 4 dicembre – una giornata di sciopero unitario come quella del 5 maggio 2015.

Nel merito, questi sono i nodi contestati:

Sostegno: rispetto alla legislazione vigente si riscontrano nella delega relativa peggioramenti che ostacolano l’inclusione e il diritto a un’istruzione di qualità degli alunni con disabilità, cui, nelle scuole medie non sarà più concesso di sostenere prove differenziate; saranno valutati sulla base di test ministeriali, analoghi a quelli dei loro compagni. Così molti non prenderanno più il diploma, ma solo un attestato. Un gruppo territoriale per l’inclusione denominato Git (costituito da 2 dirigenti e alcuni docenti, nominati con un decreto del dirigente preposto all’Ufficio Scolastico Regionale – Usr – o di un suo delegato) deciderà se gli studenti disabili avranno bisogno del docente di sostegno oppure no: 300 Git di ambito opereranno al posto di 41 mila gruppi per l’integrazione esistenti prima della riforma, al fine di razionalizzare le risorse. Saranno i Git a decidere le ore di sostegno da assegnare. Il sistema registrerà la rottura della collaborazione tra scuola e servizi sanitari nella programmazione, vedrà la sanità coinvolta solo fino alla valutazione diagnostico-funzionale, con le scuole lasciate poi sole a gestire l’intero processo.

Scuola dell’infanzia: La pretesa di istituire un sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a 6 anni deriva da una impostazione datata e lontana da quella della maggioranza degli altri Paesi europei. La volontà di mettere sullo stesso piano scuole statali fondate sulla libertà di insegnamento e gratuite e servizi scolastici gestiti da enti pubblici e privati e a pagamento si configura come una potenziale violazione dell’art.  33 c.2 della Costituzione, che vieta oneri per lo Stato a favore delle scuole e istituti di educazione di Enti e privati.

Reclutamento dei docenti: la norma prevede che i vincitori di concorso – il Jobs Act insegna – siano retribuiti con 400 euro al mese per due anni di apprendistato o supplenza.

Promozione della cultura umanistica: viene immaginato un inconsueto e raccapricciante accostamento tra quest’ultima, creatività e Made in Italy.

Istruzione professionale: l’indirizzo più problematico del sistema scolastico, con la maggior parte di studenti svantaggiati (economicamente e culturalmente, il maggior numero di migranti e di disabili), e che pertanto più di ogni altro avrebbe il compito di fungere da “ascensore sociale” –  viene depotenziato ed indebolito; la parabola discendente della scuola come strumento di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e della partecipazione è completa.

Esame di Stato e Valutazione: alla terza prova (pluridisciplinare, in grado di intercettare conoscenze, capacità di collegamento, propensione alla sintesi) si sostituisce l’alternanza scuola lavoro; nello svilimento intenzionale della tappa finale degli studi la media del 6 sarà sufficiente per l’ammissione.

Diritto allo studio: non vengono – con un ritardo ormai insensato – definiti i Livelli essenziali delle prestazioni, delegando agli Enti Locali, sovraccarichi di spese e penalizzati da contrazione di fondi, funzioni che non saranno in grado di sostenere.

In conclusione, si ricorda che tutte le deleghe devono essere esenti da costi aggiuntivi per lo Stato. Come al solito: riforme senza interlocuzione democratica e a costo zero, le nozze con i fichi secchi sulle spalle della scuola. La ministra Valeria Fedeli ha affermato qualche tempo fa: “Costruire il consenso sui cambiamenti è il mio mandato. Penso di aver fatto una scelta utile, quella di non buttare a mare le otto deleghe della buona scuola perché lì ci sono scelte qualificanti per l’istruzione ed era importante salvare scelte di innovazione”. A partire dal 23 febbraio dobbiamo farle capire – senza se e senza ma – che si sta sbagliando.