Prima è stato il turno di Google, che contro l’ordine esecutivo di Donald Trump – sintetizzato dai media come “Muslim ban” – ha stanziato un fondo da 4 milioni di dollari per gli immigrati e i rifugiati colpiti dalla misura del neo presidente. Poi è arrivata Starbucks, che nei suoi punti vendita in tutto il mondo riserverà 10mila posti di lavoro ai rifugiati. E ora intervengono anche Apple e Ikea. Il colosso fondato da Steve Jobs, ha riferito il numero uno Tim Cook, sta valutando possibili opzioni legali. “Vogliamo essere produttivi, e costruttivi”, ha detto al Wall Street Journal, sottolineando che “più di ogni altro Paese del mondo questo Paese (gli Usa) è forte grazie al nostro background di immigrati e alla nostra capacità come popolo di accogliere persone con ogni tipo di retroterra. Questo è ciò che ci rende speciali”.

Apple vende i suoi prodotti in oltre 180 Paesi e territori. E di conseguenza, ha detto Cook, è più importante che mai che che lo staff dell’azienda “assomigli al mondo” e questo, “ha reso semplice la decisione di opporsi al bando” deciso da Trump. Si schiera contro il provvedimento del tycoon anche l’azienda svedese Ikea. Il suo country manager per gli Stati UnitiLars Petersson, in una nota pubblicata sul sito garantisce assistenza legale gratuita alle famiglie di lavoratori e collaboratori che la richiederanno.

Mette a disposizione un numero telefonico aperto 24 ore su 24 per eventuali segnalazioni, oltre a consulenti per eventuale supporto psicologico. “Negli ultimi 35 anni ho vissuto da immigrato in molti Paesi – continua Petersson -. Come country manager di Ikea in Italia, Giappone e ora negli Stati Uniti, ho constatato” la forza del lavoro di gruppo: “persone con storie, nazionalità e religioni diverse, uniti per creare una quotidianità migliore”. Quindi, “qualsiasi proposta che possa discriminare una parte dei nostri clienti o collaboratori o limitare la nostra capacità di attrarre e conservare diversi talenti è molto preoccupante“.