Donald Trump annuncerà oggi un ordine federale per la costruzione del muro con il Messico. La notizia è arrivata ieri, nella tarda serata americana, attraverso un tweet del presidente: “Previsto un gran giorno in tema di sicurezza nazionale. Tra le molte cose, costruiremo il muro!”. Oltre al muro, il presidente dovrebbe annunciare misure per bloccare i programmi di accoglienza dei rifugiati e la concessione dei visti nei confronti di persone provenienti da Paesi a rischio terrorismo. Possibile anche una stretta nei confronti delle “sanctuary cities”, cioè le città che hanno deciso di non perseguire gli immigrati illegali.

L’annuncio di Trump verrà fatto durante una visita al department of homeland security. Non si tratta di una mossa improvvisata. Trump ne avrebbe già parlato lunedì con i leader del Congresso, tanto è vero che Marco Rubio nelle scorse ore aveva detto ai giornalisti: “Ci saranno degli annunci importanti in tema di applicazione della legge. Me li aspetto molto presto”. Un ordine esecutivo dovrebbe essere rivolto a bloccare almeno temporaneamente l’arrivo dei rifugiati, soprattutto siriani, negli Stati Uniti. Ci dovrebbe però essere un’eccezione, relativa ai cristiani che fuggono perché perseguitati nei Paesi musulmani. Un altro ordine sarebbe invece destinato a sospendere la concessione dei visti per i cittadini di Iraq, Iran, Libia, Siria, Sudan, Somalia. Il bando dovrebbe durare sino a quando i dipartimenti che si occupano di sicurezza nazionale non riescano a mettere in atto un sistema di controlli più rigoroso. Potrebbero dunque essere necessari dei mesi, forse degli anni.

In campagna elettorale Trump aveva anche parlato di un “bando completo e totale” ai musulmani che chiedono di entrare negli Stati Uniti – in modo da “proteggere gli americani dagli attacchi jihadisti”. Difficoltà nella realizzazione pratica della norma, e la possibilità che questa venisse portata in tribunale con l’accusa di discriminazione religiosa, hanno fatto cambiare idea a Trump e al suo attorney general Jeff Sessions. L’esclusione non sarà quindi più su base religiosa, ma nazionale.

L’ordine esecutivo destinato a fare più rumore è però sicuramente quello relativo alla costruzione del muro con il Messico. Si tratta di una delle promesse più esplosive e frequenti fatte da Trump in campagna elettorale; quella che ha attirato le critiche più dure da parte degli avversari e rafforzato la base elettorale di Trump, che chiede un giro di vite sull’immigrazione illegale. Restano però molte incognite. Non si sa esattamente di che materiale e dove verrà costruito il muro. L’amministrazione potrebbe avvalersi di una legge approvata nel 2006 da George W. Bush, il “Secure Fence Act”, e di cui si è avvalso anche Barack Obama, che autorizzava la costruzione di alcune centinaia di miglia di reticolati lungo una frontiera lunga più di 2000 miglia.

Questa eventuale giustificazione legale non cancella però tutte le incognite. Anzitutto, chi pagherà per il muro? In un primo tempo Trump aveva spiegato che saranno i messicani a pagare. In un incontro, durante la campagna elettorale, il presidente messicano Enrique Peña Nieto aveva fatto sapere di non essere neppure disposto a discuterne. Trump ha quindi detto che il muro sarà finanziato dai contribuenti americani, attraverso una legge di finanziamento votata dal Congresso, ma che in un secondo tempo verrà chiesto ai messicani di rimborsare le spese. Non esiste però alcuna garanzia che questo possa accadere.

C’è poi un altro dettaglio. Esiste già un trattato tra Stati Uniti e Messico, firmato nel 1970, che regolamenta le attività possibili al confine. Nel trattato è fatto esplicito riferimento a cosa è possibile costruire lungo il confine. Sono per esempio proibite strutture che impediscono il normale scorrere dei fiumi. Ma è proprio un fiume a segnare il confine in Texas ed è ancora un corso d’acqua a dividere i due Paesi lungo parte dell’Arizona. Il presidente Peña Nieto sarà a Washington per colloqui la prossima settimana ed è probabile che tutti questi temi verranno affrontati. Non pare però che, al momento, il governo messicano mostri grande disponibilità per i piani di Trump.

Un’ultima possibile misura di Trump potrebbe essere un giro di vite sulle “sanctuary cities”, quelle città che adottano politiche di protezione degli immigrati illegali e non fanno approvare le leggi federali, soprattutto in tema di deportazione. Sono, al momento, 39 le città americane che rientrano in questa categoria, tra cui New York, Los Angeles, Denver, Washington D.C., Portland, Minneapolis. Già in campagna elettorale, il candidato repubblicani aveva tuonato contro quelle che a suo parere sono oasi di illegalità. I sindaci, soprattutto quello di New York, Bill de Blasio, gli avevano risposto escludendo fermamente la possibilità di cooperare ai programmi di deportazione. Ora, da presidente, Trump torna alla carica. Un’arma di pressione potrebbe essere quella di minacciare le città che non collaborano con tagli ingenti dei loro finanziamenti federali.