Forse è stata la prima volta che, a Reggio Calabria, chi sapeva di essere indagato in una delle recenti inchieste antimafia sperava di ricevere la mattina del 30 dicembre l’avviso di conclusione indagini da parte della Procura della Repubblica. L’ufficiale giudiziario ha bussato alla porta di 72 persone e tra queste c’è il senatore di Gal Antonio Caridi, in carcere da agosto quando il Parlamento ha dato il via libera all’ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa emessa nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta Mamma Santissima, condotta dai carabinieri del Ros. Per i magistrati della Dda, infatti, il politico calabrese “fruiva dell’appoggio della cosca De Stefano”, operava “in modo stabile, continuativo e consapevole a favore del sistema criminale” che agevolava “mediante l’uso deviato del proprio ruolo pubblico, delle cariche di volta in volta ricoperte all’interno del Consiglio e della Giunta comunale di Reggio, del Consiglio e della Giunta regionale della Calabria e del Senato della Repubblica”.

schermata-2012-03-18-a-18-28-18Il procuratore Federico Cafiero De Raho, l’aggiunto Gaetano Paci e i sostituti Giuseppe Lombardo, Roberto Di Palma, Stefano Musolino, Giulia Pantano e Walter Ignazitto hanno riunito in un unico processo le più importanti inchieste antimafia (‘Mamma Santissima’, ‘Reghion’, ‘Fata Morgana’, ‘Alchimia’ e ‘Sistema Reggio’) eseguite nel 2016 dai carabinieri, dalla polizia e dalla guardia di finanza. Il procedimento che ne verrà fuori sarà il primo maxi-processo alla cupola della ‘ndrangheta dai tempi dell’operazione Olimpia. O meglio il primo maxi-processo che vedrà alla sbarra il “direttorio” della ‘ndrangheta, una struttura con una strategia programmatica che puntava ad alterare “l’equilibrio degli organi costituzionali”. Al centro dell’inchiesta le due teste pensanti della ‘ndrangheta reggina: gli avvocati Paolo Romeo (ex parlamentare del Psdi) e Giorgio De Stefano, “soggetti ‘cerniera’ che interagiscono tra l’ambito ‘visibile’ e quello ‘occulto’ dell’organizzazione criminale”.

Assieme a loro e al senatore Caridi, l’avviso di conclusione indagini è stato notificato a molti politici locali, imprenditori, mafiosi, ma anche a un magistrato in pensione, una giornalista e un prete. Tra gli indagati, infatti, c’è il presidente della Provincia Giuseppe Raffa (Forza Italia), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra (ex An), l’ex sindaco di Villa San Giovanni Antonio Messina, due dipendenti del ministero della Giustizia, il magistrato in pensione Giuseppe Tuccio e il prete di San Luca don Pino Strangio. Il capo di imputazione contestato a quest’ultimo dimostra la capacità di quella che il pm Giuseppe Lombardo, ha definito “componente ‘riservata’ o segreta’ della ‘ndrangheta” formata da Paolo Romeo, Giorgio De Stefano in qualità di promotori, Alberto Sarra, Francesco Chirico e il senatore Caridi come organizzatori e partecipi.

Imparentato con i Nirta-Strangio di San Luca, Don Pino è uno degli artefici della pace tra le cosche protagoniste della faida che portò nel 2007 alla ‘strage di Duisburg. Fu lui, dopo la mattanza in Germania in cui morirono sei soggetti dei Pelle-Vottari, a convincere le famiglie in guerra a deporre le armi. Oggi è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa perché “in qualità di sacerdote e massimo referente religioso del santuario di Polsi, – scrivono i pm – mediava nelle relazioni tra esponenti delle forze dell’ordine, della sicurezza pubblica ed esponenti della ‘ndrangheta in funzione di garante delle promesse e di agevolatore dello scambio tra le informazioni gradite ai primi e varie forme di agevolazioni gradite ai secondi”. In sostanza, tra i “buoni” e i “cattivi” secondo la Procura ci sarebbe don Pino, a pieno titolo inserito in quel “mondo di mezzo” dove la ‘ndrangheta mette radici per controllare sempre di più il territorio, l’economia e la politica.

Un mondo di mezzo abitato da “invisibili” come Paolo Romeo al quale la Dda contesta anche la violazione della legge Anselmi. Un’accusa che Romeo condivide con una quindicina di indagati tra cui don Pino Strangio, il magistrato in pensione Giuseppe Tuccio, l’avvocato Antonio Marra, la giornalista Teresa Munari, l’ex assessore comunale Amedeo Canale, Saverio Genoese Zerbi e il funzionario della Corte d’Appello Aldo Inuso. Tutti sono accusati di far parte di un’associazione segreta, capace di infiltrarsi negli enti locali dettandone gli indirizzi politici. Un’organizzazione che avrebbe agevolato la ‘ndrangheta consentendo il 16 gennaio 2014 al suo promotore, l’avvocato Paolo Romeo, di essere ricevuto addirittura al Senato dall’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali guidato all’epoca da Anna Finocchiaro, oggi ministro del governo Gentiloni.

L’inchiesta ‘Mamma Santissima’ e le altre indagini della Dda hanno aperto uno squarcio sul rapporto politica-‘ndrangheta. Ed è proprio nelle pieghe di questo rapporto che la massoneria gioca un ruolo decisivo. Grembiulini e clan legati alla destra eversiva e con progetti separatisti che, in determinati momenti storici, hanno cercato di minare l’ordine costituzionale per poi trovare spazio nelle istituzioni e condizionarle. Un convitato di pietra che vede negli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano “il motore immobile del sistema criminale” oltre che gli “eredi” dei fratelli Giorgio e don Paolino De Stefano, uccisi nel 1977 e nel 1985. L’ex parlamentare del Psdi e il “consigliere” storico della famiglia di Archi non sono altro che i “riservati” della ‘ndrangheta tanto quanto il senatore Antonio Caridi, descritto dai pm come una di quelle figure politiche a cui i vertici degli “invisibili” hanno affidato ruoli e cariche in grado di agevolare il buon esito del programma criminoso delle cosche.

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Nell’inchiesta ‘Mamma Santissima’ è indagato anche l’ex governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, condannato pochi giorni fa a 5 anni di carcere nel processo d’appello sul caso ‘Fallara‘. Sostenuto dalla cosca De Stefano e dall’ex killer Nino Fiume (oggi pentito), la sua elezione a sindaco di Reggio nel 2002 è stata voluta da Paolo Romeo così come la decisione di catapultarlo a governatore della Calabria nel 2010. Nonostante la perquisizione subita a luglio, il nome di Scopelliti non compare nell’avviso notificato ieri dalla Direzione distrettuale antimafia che su di lui quindi ha deciso di continuare le indagini.

L’inchiesta prosegue anche sul fronte del Partito Democratico. La cupola della ‘ndrangheta che governava Reggio e che, “col determinante apporto di Paolo Romeo”, dal 2003 al 2013 aveva “dirottato in blocco l’elettorato mafioso su Giuseppe Scopelliti”, quando capì che il centrodestra era in difficoltà decise di sostenere il centrosinistra. Stando alle carte inserite nel fascicolo del processo ‘Mamma Santissima’, infatti, la componente segreta della ‘ndrangheta è riuscita a infiltrarsi anche nelle primarie per scelta del candidato a sindaco di Reggio Calabria, nelle comunali e nelle regionali vinte da Mario Oliverio.

Il Ros è riuscito a documentare come Paolo Romeo si sia avvicinato “alle posizioni del Pd, in seguito agli accordi con il segretario provinciale di quel partito Sebi Romeo”. Accordi che, se riscontrati, certificheranno come la ‘ndrangheta sia riuscita a eleggere due consiglieri regionali rimanendo l’unica costante nella logica dell’alternanza politica che ha caratterizzato i governi regionali di centrodestra e centrosinistra. “Sia il De Stefano che il Romeo – appunta, infatti, il Ros in un’informativa oggi sulla scrivania del procuratore De Raho e del sostituto della Dda Lombardo – hanno avuto un ruolo attivo nella trascorsa campagna elettorale. Nello specifico, Romeo Paolo ha indirizzato il sostegno elettorale in favore di Battaglia Domenico Donato (detto ‘Mimmetto’ ed eletto con oltre 10mila voti, ndr), mentre De Stefano Giorgio ha attivamente partecipato al sostegno elettorale del Romeo Sebi (12.288 preferenze, ndr)”.

‘Mamma Santissima’ è il primo passo della Procura per fare luce sull’olimpo della ‘ndrangheta reggina, frequentato da mafiosi, politici, massoni, pezzi collusi dello Stato, imprenditori, professionisti e giornalisti. Nei faldoni dell’inchiesta c’è di tutto: dai confidenti mafiosi che vendono i latitanti per il denaro proveniente dai fondi neri dei servizi segreti e dei reparti speciali, ai favori che la cupola chiedeva agli uomini in divisa, passando per le associazioni di categoria al servizio della ‘ndrangheta e per gli investimenti delle cosche nell’Europa dell’Est. Ironia della sorte: la chiusura dell’inchiesta fa tirare un sospiro di sollievo ai 72 indagati che l’hanno ricevuta. Per tutti gli altri, il 2017 deve ancora iniziare.