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Nuovo voltafaccia degli Usa: Trump rinnova per un altro mese la licenza che elimina le sanzioni sul petrolio russo

Tre giorni fa il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva escluso la proroga. Chuck Schumer e Elizabeth Warren: "Vergognoso. Putin è stato uno dei maggiori beneficiari della guerra contro l’Iran". A marzo le entrate del Cremlino dall’export di oro nero sono aumentate del 94%, arrivando a 431 milioni di euro al giorno
Nuovo voltafaccia degli Usa: Trump rinnova per un altro mese la licenza che elimina le sanzioni sul petrolio russo
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Gli Stati Uniti, con un nuovo voltafaccia, prorogano ancora l’allentamento delle sanzioni su petrolio russo e prodotti petroliferi già imbarcati. Il 17 aprile la licenza è stata estesa di un mese per la gioia del Cremlino, nonostante tre giorni fa il segretario al Tesoro Scott Bessent avesse escluso il rinnovo della deroga concessa il 13 marzo spiegando: “Si trattava di petrolio che era già presente in mare prima dell’11 marzo. Quindi è stato tutto utilizzato”. La misura, formalmente limitata ai carichi “in transito”, punta sulla carta a ridurre le tensioni sui mercati energetici globali sotto pressione per la guerra in Medio Oriente scatenata proprio da Washington insieme a Tel Aviv. “Vladimir Putin continua a trarre beneficio dalla guerra tra Stati Uniti e Iran: prezzi più alti e deroghe alle sanzioni americane. Doppia vittoria”, ha commentato su X Javier Blas, specialista di commodities per Bloomberg. La decisione ha suscitato forti reazioni da parte dei Dem statunitensi, mentre Bruxelles per ora non ha commentato.

L’autorizzazione consente di sbloccare e finalizzare carichi già spediti o comunque caricati su petroliere (“loaded on vessels”) al 17 aprile, evitando che restino fermi in mare per problemi legati a sanzioni, assicurazioni o pagamenti. A marzo Washington aveva sostenuto che i benefici per la Russia sarebbero stati limitati perché gran parte delle entrate petrolifere della Federazione deriva in realtà da imposte legate all’estrazione, che non sono influenzate dalle sorti del greggio già spedito. Ma quelle tasse sono indicizzate al prezzo del barile: quindi se il petrolio non viene venduto o viene ceduto con forti sconti, anche il gettito fiscale diminuisce. Da inizio marzo, dopo i primi attacchi di Usa e Israele all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, Mosca ha al contrario registrato un inatteso aumento degli incassi.

I guadagni di Mosca e quelli di Teheran

Il mese scorso, secondo l’ultima analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, le entrate russe dall’export di oro nero sono aumentate del 94%, arrivando a 431 milioni di euro al giorno. Il balzo è stato trainato proprio dalle esportazioni via mare (+115%, a 372 milioni al giorno) e sostenuto dal rialzo dei prezzi: quelli del greggio Urals sono raddoppiati rispetto alla media del trimestre precedente, a 94,5 dollari al barile. Anche l’Iran, nel bel mezzo del conflitto e della chiusura di Hormuz al passaggio delle navi di Paesi ritenuti ostili, a marzo ha registrato uno dei suoi mesi migliori per le esportazioni di petrolio. Secondo dati di Kpler, il Paese ha esportato 57,9 milioni, la sua quinta miglior performance mensile. E il blocco dei porti iraniani annunciato dagli Usa il 13 aprile non ha evitato, secondo rilevazioni di Tanker Trackers, la spedizione di circa 9 milioni di barili di greggio dai depositi galleggianti nel Golfo dell’Oman.

“Putin uno dei maggiori beneficiari della guerra contro l’Iran”

I senatori democratici Chuck Schumer, Elizabeth Warren e Jeanne Shaheen hanno definito “vergognosa” l’inversione di rotta dell’amministrazione Trump. “Questa settimana Putin ha lanciato il più grande attacco aereo dell’anno contro l’Ucraina, uccidendo 18 persone, e la risposta dell’amministrazione è stata ancora una volta quella di allentare le sanzioni contro il Cremlino. Che messaggio manda questa decisione?”, scrivono in una nota. Per poi ricordare che “Putin è stato uno dei maggiori beneficiari della guerra contro l’Iran” e chiedere che Trump “la smetta di farsi prendere in giro da Mosca e imponga ulteriori sanzioni al Cremlino, che chiaramente non sente una pressione sufficiente dallo Studio Ovale”.

Nella Ue embargo quasi totale e price cap

Nessuna reazione, al momento, dalla Commissione europea. Per l’Unione anche questa seconda proroga cambia poco. Dal 2022 l’Ue ha infatti introdotto un embargo quasi totale sulle importazioni di petrolio russo via mare, che resta in vigore. A Ungheria e Bulgaria sono state concesse esenzioni per cui continuavano a importarlo, ma a fine gennaio le bombe hanno danneggiato l’oleodotto Druzhba che da allora è rimasto chiuso. Il Vecchio continente applica poi il price cap concordato in sede di G7, che vieta alle compagnie occidentali di fornire servizi di trasporto, assicurazione o finanziamento se è venduto sopra un determinato tetto di prezzo, oggi 44,1 dollari al barile. Le importazioni di gas russo sono invece ancora rilevanti, anche se dal 25 aprile è previsto lo stop all’import di gnl con contratti a breve termine e dall’inizio del 2027 sarà vietata ogni tipo di fornitura. Il Commissario all’Energia Dan Jorgensen ha escluso proroghe della scadenza, auspicate in Italia dalla Lega e nei giorni scorsi dall’ad dell’Eni Claudio Descalzi.

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