Scrivo questo post in memoria della mamma di Carlos Chichiarelli,  una dolce vecchina morta il 16 ottobre e a Roma in modo assurdo. Non l’avevo mai vista da viva. L’ho vista  nella sua bara, nell’Istituto di medicina legale, mentre suo figlio le metteva il rosario fra le piccole mani. Una persona dolce e minuta, esemplarmente rappresentante di quelle donne argentine, spesso di origine italiana, che a costo di duri sacrifici hanno portato avanti la famiglia in una situazione difficile, in un contesto di emigrazione, sfruttamento e dura repressione. E’ morta  investita, per crudele paradosso, da un Suv della Protezione civile che passava a velocità eccessiva sulle strisce pedonali davanti alla Chiesa di Don Bosco a Cinecittà. Era una cattolica praticante molto fiera del suo connazionale Papa Francesco. Di lei conservo la ricetta della miscela di erbe che costituisce un vero e proprio toccasana e che Carlos mi aveva raccomandato.

Carlos arrivò come rifugiato in Italia circa quarant’anni fa dopo aver combattuto contro la dittatura militare che si stava rendendo responsabile di un vero e proprio genocidio politico. Sono passati oltre quarant’anni, ma per certi versi sembrano essere tornati quei tempi, nel Paese latinoamericano e del mondo dove più si sente, nel bene e nel male, l’impronta degli italiani.

Sembrerebbe avere buone possibilità di compiersi, sia pure con un anno di ritardo, la profezia del tassista che, poco più di un anno fa, poco prima del secondo turno delle presidenziali argentine, aveva previsto ampi disordini di piazza e saccheggi da parte della gente esasperata dalle politiche antipopolari di Macri, il figlio di papà che ha preso malauguratamente le redini del grande Stato sudamericano.

Quello che è certo è che si sta diffondendo a macchia d’olio l’esasperazione nei confronti delle ricette neoliberiste che l’industrialotto ha inteso propinare al popolo argentino. Nulla di nuovo sotto il sole. Meno salario, più tagli ai servizi sociali, più disoccupazione e galera per chi non ci sta, come ad esempio la leader indigena Milagro Sala.

Macri, da convinto esponente del capitale privato argentino e fedele servitore di quello internazionale, ha fatto di tutto in questo anno per liquidare quanto di positivo, fra mille limiti, i Kirchner avevano costruito nel corso della presidenza prima di Nestor e poi di Cristina. Sul piano interno liquidazione dei servizi sociali, dei sussidi, attacco ai diritti sindacali e alle organizzazioni dei diritti umani, sulla base del presupposto che il vero e proprio genocidio vissuto dal Paese negli anni Settanta al tempo delle giunte militari dovesse essere considerato una sorta di trascurabile parentesi sulla quale è giunto il momento di stendere un velo per nulla pietoso.

Sul piano internazionale, fine di ogni sogno di integrazione e indipendenza latinoamericana per tornare a tempo pieno al servizio del capitale internazionale e degli Stati Uniti d’America. A suggello di tale linea abbiamo avuto perfino il pestaggio della ministra degli esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, che voleva partecipare alla riunione del Mercosur da parte di alcuni sgherri di Macri. Nel frattempo questi si dichiara disposto a pagare subito ogni creditore, compresi i cosiddetti fondi avvoltoio, contro i quali il governo di Cristina aveva fatto approvare un’importante risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

L’obiettivo dei governi neoliberisti che stanno tentando di imporsi in Argentina come in Brasile, come già in Paraguay e Honduras, è quello di spazzare via tutte le conquiste popolari, trasformando questi Stati immensi e di grande ricchezza in dominio di capitalisti selvaggi, multinazionali e narcotrafficanti, come quelli che, con la complicità della polizia, il 15 dicembre hanno assassinato a Moreno, in provincia di Buenos Aires, il militante Cesar Mendez.

Strumentalizzando la giusta indignazione per la corruzione e la criminalità, preparano il terreno al dilagare della corruzione e della criminalità in forme ben più massicce e generalizzate. Non è un caso che i nuovi governanti brasiliani, primo fra tutti il presidente illegittimo Temer, siano colpevoli di crimini di corruzione. Costoro si appoggiano a una classe media disorientata e lamentosa, che è pronta a tutto pur di non doversi confondere con il popolo. Eppure sappiamo bene che dal popolo e da nessun altro verrà il futuro dell’America Latina. In Argentina, in particolare, si può ipotizzare che Macri non riuscirà a portare a termine il suo mandato e che farà la fine del suo predecessore De La Rua, sloggiato a forza dalla mobilitazione popolare nel dicembre 2001.

Più in generale tutti coloro che si illudono che, anche in seguito all’elezione di Trump, l’America Latina si avvii a ritornare il cortile di casa degli Stati Uniti, sono destinati ad andare incontro a cocenti delusioni. L’anno che sta per cominciare si incaricherà di dimostrarlo. Del resto il socialismo, nonostante errori, ritardi e disagi, e un sistema di qualità infinitamente superiore al capitalismo dipendente e oligarchico che ha condannato l’America Latina a una storia di miseria e di esclusione.