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La Colombia è a un bivio dopo Petro. E la guerriglia della droga continua

La Colombia post Pablo Escobar ha raggiunto il picco degli omicidi politici, contabilizzando vittime tra i vertici delle associazioni a difesa dei diritti umani e tra i candidati alla presidenza
La Colombia è a un bivio dopo Petro. E la guerriglia della droga continua
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Tra il 2021 e l’aprile di quest’anno, la Colombia post Pablo Escobar ha raggiunto il picco degli omicidi politici, contabilizzando vittime tra i vertici delle associazioni a difesa dei diritti umani, e di recente anche tra i candidati alla presidenza nella cornice della campagna elettorale 2026.

L’assassinio più clamoroso è stato quello di Miguel Uribe Turbay, candidato del Centro Democrático prima dell’attuale Paloma Valencia, ferito il 7 giugno 2025 durante un comizio a Bogotà e deceduto in agosto dello stesso anno ancora in terapia intensiva. Sono stati condannati per questo omicidio a 22 anni i mandanti, tra cui spicca la figura di Simeón Pérez Marroquín, nome in codice El Viejo, dissidente Farc contrario agli accordi di pacificazione del 2016 siglati dall’allora presidente Juan Manuel Santos.

Marroquín fa parte del gruppo di Segunda Marquetalia, il cui leader Iván Marquez è stato ucciso in un conflitto a fuoco. Il sicario del delitto Uribe è un minorenne di 15 anni, condannato a soli 7 anni.

Il presidente Gustavo Petro ha accusato chiaramente la dissidenza Farc di voler sabotare le elezioni attraverso questa catena di omicidi, puntando il dito in particolare su Néstor Gregorio Vera Fernández, alias Iván Mordisco, che è il comandante del Estado Mayor Central (Emc), il gruppo più spietato insieme a Segunda Marquetalia.

L’espansione territoriale di questi narcotrafficanti coinvolge regioni come Nariño, Valle e soprattutto Cauca, il cui capoluogo Cali è la metropoli più violenta della Colombia, con quartieri come Potrero Grande e El Calvario totalmente in mano a spacciatori e drogadictos.

Il narcotraffico colombiano è legato alle bande ecuadoriane che oggi praticamente hanno in mano il controllo della nazione andina. L’Ecuador è ora il primo esportatore di cocaina al mondo, nonostante la campagna elettorale dell’attuale presidente filo trumpista Daniel Noboa, basata sulla repressione del crimine e sulla salvaguardia della sicurezza lungo il percorso tracciato da Nayib Bukele a El Salvador, che però qui non incidono minimamente sullo strapotere criminale.

A tal riguardo, il 5 maggio Petro ha rilasciato una dichiarazione ufficiale, accusando Noboa di sabotare deliberatamente il processo elettorale colombiano, lasciando mano libera ai cartelli ecuadoriani di trasportare esplosivi attraverso la frontiera per compiere attentati in Colombia.

Secondo le indagini degli inquirenti, gli autori delle recenti stragi perpetrate dalle gang agli ordini di Iván Mordisco dal 24 aprile – colpendo la Valle del Cauca con l’uccisione di 23 persone tra civili e militari – hanno utilizzato esplosivi provenienti dall’Ecuador che venivano nascosti in un centro di addestramento per dinamitardi nella regione di El Naya. L’istruttore che insegna agli attentatori come assemblare gli ordigni è conosciuto col nome in codice di Max Max.

Ha fatto scalpore il doppio attentato che ha preso di mira il Battaglione Pichincha a Cali: il primo compiuto il 4 aprile 2024, e l’ultimo il 24 aprile 2026. Stessa modalità: ordigni letali chiamati tatucos che vengono lanciati da rampe artigianali montate sopra un camion.

Le relazioni tra i due stati sono pessime: anche gli interscambi commerciali che hanno sempre alimentato entrambe le economie sono attualmente interrotti. A proposito dell’Ecuador, ricordo che durante i due mandati di governo di Rafael Correa Delgado, lo stato andino – oltre ad avere un modello di welfare e di sanità pubblica efficiente e totalmente gratuita – era anche la nazione sudamericana più sicura, con un tasso di omicidi legato alla droga molto basso. Dal governo di Lenin Moreno, passando per la parentesi di quello del banchiere Guillermo Lasso, fino ai due mandati attuali di Noboa, l’involuzione ecuadoriana è stata costante, sia per il crollo della protezione sociale che per l’aumento della criminalità. Haiti, Ecuador e Colombia sono in testa alla classifica mondiale degli omicidi legati al narcotraffico.

Altra spina nel fianco dell’amministrazione Petro è la violenza che incombe sulla regione di Catatumbo ai confini con il Venezuela, a causa della piaga dei desplazados: in un anno, oltre 100mila persone (tra cui 20mila minori) fatte sloggiare a forza dalle proprie case, con i terreni espropriati dai narcos per piantare coca e usare le abitazioni come deposito di armi e rifugi. La guerriglia tra Farc e Eln – oltre alle incursioni da parte del Tren de Aragua, la potente gang venezuelana che agisce nella capitale Bogotà – sfugge spesso al controllo dell’esercito, rimpiazzato a volte dagli stessi cittadini che si armano uccidendo gli invasori, come è successo in Antioquia a Guarne, un municipio a 30 km da Medellin.

Ma a Cúcuta, il centro vicino alla frontiera più colpito dalla violenza, gli omicidi si susseguono: in 48 ore otto persone innocenti hanno perso la vita, uccise negli scontri a fuoco tra le bande.

Oltre a civili e politici, la guerriglia ammazza operatori sociali: secondo Ong quali Defensoría del Pueblo e Indepaz, 345 attivisti furono assassinati tra il 2021 e il 2022. Quest’anno, in aprile si registrano 48 massacri, con 20 persone uccise in 72 ore durante la campagna elettorale. E non solo locali, ma anche autorità straniere: secondo le indagini, i sicari colombiani hanno assassinato nel 2021 il presidente di Haiti Jovenel Moïse e nel 2022 a Cartagena il procuratore paraguaiano Marcelo Pecci.

Chiudendo con i candidati presidenziali, nei sondaggi di fine aprile il successore di Petro nello schieramento del Pacto Histórico, il senatore Iván Cepeda, ha realizzato un +7% rispetto a quelli di febbraio, attestandosi al 44,3%. La sua antagonista Paloma Valencia, candidata attuale dello schieramento conservatore Centro Democrático, si consolida al 19,8%.

Bisogna però considerare che il candidato del partito di estrema destra Defensores de la Patria, Abelardo de la Espriella, occupa la seconda posizione al 21,5%, per cui se la pratica non si dovesse chiudere il 31 maggio e si andasse al ballottaggio del 21 giugno, e se il candidato perdente fosse uno dei due della destra, i suoi voti in teoria andrebbero comunque all’altro, per cui allo stato attuale è difficile dare certezze. Sottolineo in teoria, poiché nelle ultime ore Tomás, il figlio del senatore Alvaro Uribe, ex presidente della repubblica e leader del Centro Democrático, è in aspra polemica con de la Espriella, che avrebbe finanziato degli influencer per screditare attraverso i social Paloma Valencia, rosicchiando così punti in percentuale a suo favore. Il padre ha comunque gettato acqua sul fuoco, ricordando che quello che conta è essere uniti contro il petrismo.

Dal canto suo Petro è riuscito a colmare la metà del deficit fiscale attraverso una manovra lacrime e sangue che, malgrado la sospensione della Corte Costituzionale, ha procacciato all’erario 1,6 miliardi di pesos dai morosi dei canoni d’affitto e dagli evasori Iva. Altri 2,4 miliardi verrebbero da una dura patrimoniale sui grandi capitali. Infine un miliardo è entrato in cassa per la vendita della partecipazione governativa nell’impresa telefonica Movistar.

Pure in questa consultazione, nella capitale Bogotà l’elettorato di sinistra risulta più consistente, mentre a Medellin la destra appare in netto vantaggio, anche secondo i pareri che ho raccolto dalla gente.

Photo credit: F.Bacchetta

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