Rendere più difficili, e rischiose, le prime mosse di governo di Donald Trump. E’ quello che Barack Obama spera di aver fatto, decidendo la serie di sanzioni e espulsioni contro la Russia di Vladimir Putin. Ancor prima che a sanzione del Cremlino, la mossa di Obama sembra infatti rivolta contro il suo successore, che si troverà di fronte all’ardua scelta se cancellare le sanzioni, rischiando di apparire troppo pro-Putin, o confermarle, mettendo a repentaglio i futuri rapporti con Mosca. Nell’insieme, molte delle ultime decisioni di Obama sembrano del resto ispirate alla volontà di difendere la sua eredità e mettere i bastoni tra le ruote a Trump.

Le sanzioni contro la Russia per il caso del cyberattacco contro il Democratic National Committee e la campagna di Hillary Clinton erano in qualche modo dovute – e attese. Quando, alcune settimane fa, il caso aveva assunto contorni definiti e la Cia aveva confermato l’origine russa dell’hackeraggio, Obama aveva affermato di voler reagire “nei tempi e luoghi che riterremo più consoni”. L’atteggiamento attendista del presidente aveva sollevato critiche da parte dei democratici e soprattutto dei repubblicani, che vedevano nell’hackeraggio russo un’inammissibile ingerenza negli affari interni e un pericoloso attentato alla sicurezza nazionale.

Non sorprende quindi che l’annuncio delle sanzioni alla Russia sia ora accolto a Capitol Hill con generale soddisfazione. I democratici, attraverso il senatore Ben Cardin, chiedono nuove sanzioni quando il Congresso tornerà a riunirsi a gennaio. La stessa cosa fanno i due “falchi” repubblicani, John McCain e Lindsay Graham, che in una dichiarazione comune spiegano che “le sanzioni sono per la Russia un piccolo prezzo da pagare per i suoi sfrontati attacchi alla democrazia americana”. Anche lo speaker della Camera, il repubblicano Paul Ryan, si accoda al giubilo generale e ricorda anzi come per otto anni l’arrendevolezza di Obama abbia condotto a “politiche fallimentari verso la Russia”.

Resta, sullo sfondo, il vero destinatario della mossa di Obama: appunto, Donald Trump. Non sfugge a nessuno che dietro alle sanzioni anti-Russia ci sia appunto la volontà di colpire il presidente eletto. L’accusa, confermata da Cia e Fbi, è del resto piuttosto chiara: Mosca avrebbe consapevolmente hackerato i server dei democratici per nuocere alla campagna presidenziale di Hillary Clinton e favorire quella di Trump. L’imbarazzo del presidente eletto è emersa subito dopo l’annuncio delle sanzioni. “I computer ci hanno complicato la vita, nell’età dei computer è difficile sapere esattamente cosa stia accadendo” ha detto Trump in una dichiarazione al volo fuori della sua residenza di Mar-a-Lago. Poco dopo è arrivato qualcosa di meno vago: “E’ tempo che il nostro Paese vada avanti – ha spiegato Trump -. Nondimeno, nell’interesse del nostro Paese e della sua gente, incontrerò i leader della nostra intelligence per essere aggiornato sui fatti”.

Oltre le dichiarazioni di facciata, Trump e i suoi sanno di trovarsi di fronte a un caso politico estremamente delicato. Sanzioni ed espulsioni sono state imposte da Obama con un ordine esecutivo; quindi, possono essere cancellate da Trump con un semplice tratto di penna. Quel tratto di penna diventerebbe però un atto pesantissimo, nel caso che il Congresso Usa, democratici e repubblicani insieme, chiedessero a Trump di mantenere alta la tensione con il governo russo. “Le sanzioni di Obama mettono in un angolo l’amministrazione Trump, se non da un punto di vista legale, almeno da un punto di vista politico”, spiega Eric Lorber della “Foundation for Defense of Democracies”. Trump dovrebbe cioè arrivare alla Casa Bianca, affermare che i rapporti della Cia sono sbagliati, che i rapporti dell’FBI sono sbagliati, e che l’intero spettro della politica USA, da destra a sinistra, sbaglia a chiedere una politica più decisa e sanzionatoria contro Putin.

Difficile che il nuovo presidente lo possa fare. Ecco perché Trump, sin dai primi giorni della sua presidenza, si troverà a cercare un equilibrio molto difficile tra la volontà di stabilire migliori rapporti con la Russia e la richiesta di una maggior durezza che viene dalla politica america. Sul tema Russia, Trump sa poi molto bene di essere un sorvegliato speciale. Durante la campagna elettorale, una delle accuse che gli sono state mosse più spesso è stata quella di essere troppo “amico” di Vladimir Putin. Questa amicizia, è stato ipotizzato, potrebbe derivare dalla presenza di finanziatori russi nella complessa rete dei suoi affari immobiliari. La nomina di Rex Tillerson a segretario di stato ha, secondo alcuni, confermato i sospetti. Tillerson, Ceo di ExxonMobil, è stato insignito dell’Ordine dell’amicizia da Vladimir Putin. Nel 2011 ExxonMobil annunciò un accordo con la compagnia petrolifera di stato russa Rosneft per attività comuni di esplorazione e produzione nell’Artico.

La Russia rischia dunque di essere per Trump una vera patata bollente – soprattutto nel caso che i repubblicani facciano fronte comune per un ritorno a un clima da Guerra Fredda. Obama lo sa e cerca di far esplodere dissidi e contraddizioni. Gran parte delle sue ultime mosse appaiono del resto mirate proprio a rendere più difficile la gestione dei primi mesi di presidenza Trump. C’è stato lo smantellamento dei “National Security Entry-Exit Registration Systems”, il programma creato dopo l’11 settembre per seguire le tracce di chi entra negli Stati Uniti dai Paesi musulmani – e che Trump avrebbe potuto utilizzare per il suo registro di visitatori musulmani.

Ci sono gli ordini esecutivi che bloccano trivellazioni generalizzate al largo dell’Alaska e lungo ampi settori di East Coast, la cancellazione di una serie di contratti per lo sfruttamento di gas e petrolio in Colorado, sino alla scelta di istituire due nuovi parchi “monumento nazionale” nello Utah e in Nevada. C’è stata, ancora, la dichiarazione di Obama sulla sua capacità di mobilitare la nazione contro Trump, nel caso si fosse presentato per un terzo mandato. Ci sono, infine, le sanzioni anti-Russia, che rischiano di rendere impossibile uno degli obiettivi centrali di Trump e di buona parte del mondo degli affari che lo circonda: arrivare a migliori relazioni con la Russia di Putin.