Detenzioni arbitrarie, respingimenti illegittimi e pestaggi. È quello che subiscono i migranti in Italia da quando la Commissione europea ha fatto adottare ai Paesi affacciati sul Mediterraneo il cosiddetto “approccio hotspot”, a metà 2015. Bruxelles voleva il “pugno duro” per effettuare i riconoscimenti dei migranti e l’Italia ha eseguito gli ordini, arrivando però a violare il diritto d’asilo. Lo denuncia Amnesty International nel suo ultimo rapporto “Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti”, 56 pagine con 174 interviste raccolte dall’ong nell’arco di diverse missioni tra l’estate 2015 e 2016.

“Determinati a ridurre il movimento di migranti e rifugiati verso altri stati membri, i leader europei hanno spinto le autorità italiane ai limiti, e talvolta oltre i limiti, della legalità”, dichiara nel rapporto Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’Italia. Gli hotspot sono stati introdotti dopo l’arrivo massiccio, in particolare in Germania, di immigrati e profughi transitati dall’Italia senza che ci fosse una loro identificazione. Allora da Bruxelles hanno spedito ufficiali di Frontex in alcuni centri (in Italia a Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Taranto). Dovevano essere i luoghi dove identificare i profughi e ricollocarli, successivamente, in altri Paesi europei. Finora i risultati per l’Italia sono molto deludenti: su circa 40mila ricollocazioni promesse, ne sono state fatte 1.200.

Quello che accade all’interno delle mura di questi centri lo racconta Castro, 19 anni, sudanese arrivato via Libia. Al suo arrivo, è stato portato a Bari, poi in un altro ufficio di polizia, dove gli hanno chiesto di lasciare le impronte digitali. In teoria, è vietato che nella richiesta si faccia uso della forza. “Mi sono rifiutato – racconta Castro ad Amnesty – come tutti gli altri, comprese alcune donne. Dieci poliziotti sono arrivati e mi hanno preso per primo, mi hanno picchiato con un manganello sia sulla schiena sia sul polso destro. Alcuni mi tenevano la mano dietro, alcuni mi tenevano la faccia. Hanno continuato a colpirmi per forse 15 minuti. Poi hanno usato un manganello elettrico, l’hanno messo sul mio petto e mi hanno dato una scarica. Sono caduto, potevo vedere ma non riuscivo a muovermi”. Due ragazzi di 16 e 27 anni hanno anche raccontato di aver subito percosse agli organi genitali e di essere stati costretti a spogliarsi. “Sebbene nella maggior parte dei casi il comportamento degli agenti di polizia rimanga professionale e la vasta maggioranza delle impronte digitali sia presa senza incidenti – scrive Amnesty nel rapporto -, le nostre conclusioni sollevano gravi preoccupazioni e mettono in luce la necessità di un’indagine indipendente sulle prassi attualmente utilizzate”.

Velocizzare le pratiche è uno degli imperativi degli hotspot. Le condizioni psicologiche in cui si trovano i migranti, come testimonia Ada, 25enne nigeriana arrivata a Crotone, non lo rendono possibile. Ricorda, dopo l’arrivo, di essere stata portata “in un centro”: “C’erano soldati che controllavano che nessuno fuggisse…dovevo dire nome, cognome, nazionalità…Ma la mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori…”. In alcuni casi i migranti ricordano di non aver nemmeno avuto l’opportunità di parlare con un interprete o un mediatore culturale. Così lo screening, ossia la procedure per distinguere migranti irregolari da richiedenti asilo, si limita a “brevi interviste” effettuate da agenti delle forze dell’ordine “che non hanno ricevuto una formazione adeguata”.

L’Italia ha poi aumentato il numero di espulsioni, sotto pressione di Bruxelles. E sono in aumento anche i negoziati per allungare la lista dei Paesi dove sarà possibile farlo. L’ultimo ad essere incluso il Sudan, dove al governo siede un presidente, Omar al Bashir, verso il quale la Corte penale internazionale dell’Aja ha spiccato un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità. Un’altra conseguenza dell’”approccio hotspot”.