Nelle questioni legate al cambiamento climatico la donna dovrebbe essere uno dei punti di riferimento per ogni discorso, a causa della sua importanza nella società e della sua maggiore vulnerabilità. Nel dibattito internazionale, al contrario, la rappresentanza femminile non è proporzionata ai rischi cui le donne sono esposte in caso di disastri ambientali. Nel contesto dell’imminente COP22 di Marrakech, è importante presentare il lavoro di quante, diplomatiche o attiviste locali, si stanno distinguendo nel campo della giustizia climatica.

di Chiara Soletti

L’innalzamento delle temperature e l’aumento di fenomeni ambientali disastrosi sta costringendo sempre più persone nel mondo a emigrare per sopravvivere. I dati riportati dalla Nansen Initiative, un progetto di consultazione globale su migrazione e cambiamento climatico, dicono che tra il 2008 e il 2014 una media annuale di 22,5 milioni di persone è dovuta emigrare a causa di improvvisi disastri naturali legati al clima. Questa statistica rimane comunque parziale, non tenendo conto di fenomeni migratori più graduali e per così dire “volontari”, quasi un adattamento a un ambiente che sempre meno garantisce la sopravvivenza delle popolazioni che vi abitano.

Non tutti gli individui esposti ai rischi del cambiamento climatico possono però emigrare. Donne, bambini e anziani sono spesso costretti a rimanere e lottare per la loro sopravvivenza. È su questi gruppi vulnerabili che si concentra il lavoro di Zakia Naznin, ricercatrice del Bangladesh. Questa antropologa vanta anni di esperienza in ambito di questioni di genere, diritti dei minori, sicurezza idrica e programmi di adattamento climatico per le comunità rurali. Il suo impegno per la condizione femminile l’ha portata a collaborare con l’Unicef e la Save the Children Alliance su progetti di prevenzione dei matrimoni infantili e dell’abuso di minori.

Tra il 2006 e il 2011 Naznin è entrata a far parte del Bangladesh Centre for Advanced Studies (Bcas) come senior researcher ampliando le sue ricerche sulla sicurezza idrica e alimentare per poveri e donne. Dal suo lavoro emerge come la prospettiva di genere sia fondamentale per trovare la causa della condizione di vulnerabilità in cui si trovano determinati gruppi di individui. Le donne in Bangladesh, come nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, sono spesso responsabili della gestione delle risorse naturali per garantire la sicurezza alimentare alle loro famiglie. Le norme socio-culturali che le relegano a compiti di natura domestica e di assistenza diventano barriere insormontabili davanti alla necessità di trovare nuovi mezzi di sostentamento per sopravvivere al cambiamento climatico. La situazione delle donne del Bangladesh è uno dei tanti esempi di mancata realizzazione della giustizia climatica, ovvero di conseguenze del cambiamento ambientale a carico di persone che non hanno mezzi per porvi rimedio.

Nel 2014 Naznin, affiancata da un gruppo di ricercatori del Bcas, ha iniziato a collaborare con Un women a un progetto di mitigazione ambientale delle comunità rurali del Bangladesh. L’iniziativa si presenta da sé: “Riduzione della vulnerabilità delle donne colpite dai cambiamenti climatici attraverso opzioni di sostentamento alternative”. In questo quadro le donne di cinque distretti a rischio di disastro ambientale hanno seguito dei corsi di formazione per la conservazione delle risorse, la gestione delle emergenze e la diversificazione delle loro forme di reddito.

Il progetto ha fornito l’occasione a Naznin per osservare le conseguenze delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico. “Quando si parla di migrazioni non ci si può focalizzare solo sugli uomini che emigrano, ma bisogna considerare anche le donne che vengono lasciate nelle comunità di orgine” dichiara Naznin. “Le migrazioni hanno un impatto importante sulla loro vita in termini di lavoro, mobilità e relazioni interne alla comunità”.

Nei villaggi del Bangladesh che hanno visto l’attuazione di questo progetto di Un women c’è stato un miglioramento della resilienza ambientale e delle condizioni di vita della popolazione. Il concetto è che bisogna sostenere chi è nell’impossibilità di lasciare la propria comunità di origine in modo da trasformare un problema complesso e spesso tragico in un’opportunità di cambiamento.

La vita di queste donne non è stata rivoluzionata, ma ci sono stati dei miglioramenti, base da cui partire per costruire un cambiamento più sostanziale. La realizzazione della giustizia climatica diventa quindi catalizzatore per la piena realizzazione dei diritti delle persone, trasformando le vittime dei cambiamenti climatici in agenti di cambiamento per loro stessi e per l’intera comunità.