Centravanti, bomber, attaccante, punta, centrattacco, goleador: li hanno chiamati in mille maniere diverse per esprimere lo stesso identico concetto, hanno dedicato loro vecchie canzoncine Anni Cinquanta o moderne pagine Facebook un po’ nostalgiche, caramelle e trattati filosofici. Qualcuno temeva si fossero estinti con l’addio di Bobo Vieri, bomber per eccellenza, e il ritiro di Luca Toni, ultimo grande esponente della scuola italiana di attaccanti. Invece sono tornati: in Serie A è l’anno dei numeri nove. E tutto il campionato sembra tornare all’antico insieme a loro.

Basta prendere la classifica marcatori di questo inizio stagione per averne una conferma: in testa c’è Mauro Icardi con 6 reti, in questo momento forse il giocatore più in forma e decisivo di tutto il campionato, giunto a piena maturità e capace di trascinare l’Inter fuori dalla crisi con la vittoria contro la Juventus, poi bissata ad Empoli. Il minimo comune denominatore fra i due successi sono ovviamente i suoi gol. Ma l’argentino è in buona compagnia: Carlos Bacca a quota 5, Gonzalo Higuain, Edin Dzeko, Arkadiusz Milik, Andrea Belotti, Marco Borriello a 4. Pochi gli intrusi (Callejon, Kessié, chi più chi meno sorprendente): Juventus e Napoli, Roma e Inter, ma anche il Milan e le altre, quando vincono è soprattutto grazie alle loro reti.

Il ritorno al passato è concettuale e sostanziale, collettivo e individuale al contempo: c’è l’idea di una squadra che ha bisogno di un forte centravanti per catalizzare le azioni e finalizzare gli sforzi. E la figura di un giocatore voluto, cercato e pagato per fare quasi esclusivamente una cosa sola: gol. Tutti quanti, infatti, sono attaccanti moderni ma fino a un certo punto: non a caso indossano quasi tutti (Icardi, Bacca, Dzeko) il numero nove (o il 99, variazione sul tema, nel caso di Milik). Icardi nella sua carriera interista è stato a lungo criticato (a volte anche escluso da Mancini) per la sua scarsa partecipazione alla manovra: l’ex tecnico nerazzurro in parte aveva anche ragione e ha contribuito molto alla sua crescita, ma l’argentino resta un uomo d’area di rigore. Come lui, con caratteristiche diverse, Carlos Bacca, decisivo quando segna, impresentabile se non lo fa. Alla Roma Totti sta riuscendo nell’impresa di resuscitare Dzeko, fino a pochi mesi fa considerato un “paracarro” nella Capitale. E che dire di Marco Borriello, che a 34 anni a Cagliari sta vivendo una seconda (facciamo anche terza, o quarta) giovinezza, proprio sotto gli occhi di Gigi Riva, di nuovo al Sant’Elia a distanza di undici anni dall’ultima volta. A proposito del passato che ritorna. Gli unici bomber un po’ atipici sono forse Milik e Belotti, ma neanche troppo.

L’inversione di tendenza è evidente. Dopo anni passati a svuotare l’area di rigore, un po’ per tattica un poco per necessità (grandi attaccanti in giro non ce n’erano più), ecco che il totem là davanti torna ad essere insostituibile. Pep Guardiola aveva anche teorizzato la sua filosofia del falso nueve: “Non abbiamo un centravanti, perché il nostro centravanti è lo spazio”. Lui continua a praticarla imperterrito al Manchester City, almeno in Serie A però sembra essere stata archiviata. Senza troppi rimpianti. Lo dimostra il fatto che anche Spalletti, uno che ben prima del catalano si era inventato Totti “finto” centravanti, ora sembra voler puntare forte sui centimetri di Dzeko. Le mode vanno e vengono, anche nel pallone. Ma stavolta tornare al passato non sarà fare un passo indietro per la Serie A. Per i tifosi e per il nostro calcio, già orfani del talento dei numeri dieci, sarà bello avere di nuovo un’icona in cui credere alla domenica. Perché i gol rappresentano l’essenza di questo sport. Come i grandi attaccanti, che “vanno giudicati per i loro gol. E ogni gol è come innamorarsi”, diceva Julio Ricardo Cruz, uno che qualche rete in Serie A l’ha segnata, ma se la cavava bene anche con le parole. Bentornati numeri nove.

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