Bomber di questa razza non ne fanno più. Grossi, brutti e cattivi (sottoporta): se ne è andato anche Luca Toni, l’ultimo re del gol italiano. A 38 anni (ne compirà 39 il prossimo 26 giugno, ormai da ex calciatore) ha detto basta contro la Juventus, a suo modo ovviamente, con l’ennesima rete. E per rendere speciale anche un rigore banale, che non contava nulla né per il suo Verona retrocesso né per la Juventus già campione d’Italia, lo ha tirato col cucchiaio, marchio di fabbrica di un altro “vecchietto” che di gol ne ha segnati tanti e invece ancora non ne vuole sapere di smettere. “Non sono molto normale”, ha spiegato a fine partita.

Può ben dirlo di essere fuori dal comune dopo 324 reti in ogni maglia e competizione, e una carriera straordinaria. Iniziata presto, a 17 anni in Serie C tra le fila del Modena, esplosa tardi con la prima stagione da venti gol in Serie A soltanto a 28 anni. Che ha raggiunto il culmine nella notte di Berlino nel 2006 e sembrava finita almeno un paio di volte. Non secondo il diretto interessato che è sempre rinato, dopo che il Bayern l’aveva scaricato o il ritiro dorato negli Emirati arabi. Ha deciso lui come e quando smettere. Campione dentro e fuori dal campo, perché solo con un comportamento esemplare era possibile tenere in piedi per tutti questi anni quella macchina da gol da 1,93 metri per 88 chili che madre natura gli ha donato. E rialzarsi anche dopo le difficoltà che la vita gli ha messo davanti: un paio di infortuni gravi, ma quella è roba che capita a qualsiasi calciatore. Ben altra cosa la perdita del figlio, nato morto nel 2012 dalla compagna Marta Cecchetto. Un dolore vissuto in silenzio, anche quello ricordato con un gol più speciale degli altri.

Quella rete nel settembre del 2012 non si perde nel calderone delle tante. Come il primo gol da professionista a Modena, il primo in Serie A nel 2000 col Vicenza, la doppietta contro l’Ucraina ai Mondiali 2006. L’ultimo di ieri sera, “il più bello”. Così ci sono anche delle maglie particolari delle 15 che ha indossato, attaccante giramondo ma mai mercenario, fortemente legato a certe piazze: Palermo, che l’ha lanciato veramente nel calcio che conta; Fiorentina, la sua seconda casa; Bayern Monaco, l’unico club che gli ha regalato un titolo importante. Verona, l’approdo finale. Con lui lascia l’ultimo superstite dei grandi bomber italiani degli Anni Novanta e Duemila, scuola che ha avuto in Cristian Vieri e Pippo Inzaghi i suoi campioni più famosi, e nei vari Hubner e Lucarelli gli interpreti (non meno prolifici) di provincia. Per non citare Totti e Di Natale (fuoriclasse assoluto il primo, giocatore diverso il secondo), resta ancora Gilardino, anche lui agli sgoccioli. Toni è stato un po’ nel mezzo: ha segnato più di molti altri, è l’unico italiano ad aver vinto la classifica marcatori per due volte e con due maglie diverse (a distanza di 10 anni), ma non ha mai giocato per le big (alla Juve e alla Roma solo in fase calante) e ha vinto poco o nulla. Si è rifatto alla grande però in nazionale, alzando la Coppa del mondo nel 2006. E al calcio italiano e all’Italia adesso mancherà tantissimo.

Pellè o Okaka, Belotti o Immobile: oggi per gli Europei Antonio Conte deve scegliere tra comprimari emigrati all’estero o giovani incostanti. Balotelli è l’ombra di se stesso e comunque caterve di gol non ne ha mai fatti; il migliore forse è Zaza, che però ha trascorso una stagione intera in panchina alla Juve. Il panorama azzurro è desolante, al punto che con un po’ di fortuna e qualche gol in più in Francia quest’estate avrebbe potuto andarci proprio Toni, e finire lì la sua carriera. Così non è stato e allora il ct disperato è costretto a guardare addirittura in Serie B. L’ultima trovata potrebbe essere la convocazione di Lapadula, che a Pescara sta segnando a ripetizione. Bisogna sperare che il calcio regali anche all’Italia un’altra di quelle favole in stile Vardy a cui ci ha abituato di recente. Nell’attesa che nasca il prossimo Luca Toni. Anche se come lui forse non ne fanno più.

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