Il rugby italiano perde sempre sul campo. E adesso anche fuori, con un buco di oltre un milione di euro nel bilancio 2015. Ma non cambia mai. La Fir, ormai seconda federazione sportiva più ricca del nostro Paese, nell’ultimo anno ha speso circa 45 milioni di euro (di cui 5 di contributi pubblici) per vincere appena il 20% delle partite disputate dalle rappresentative nazionali. I conti sono in rosso, e a non tornare non sono solo quelli. Eppure questo non ha impedito al movimento di rieleggere alla presidenza per il secondo mandato Alfredo Gavazzi, esponente di un blocco politico che governa il nostro rugby ormai da oltre 20 anni.

PASSIVO DI UN MILIONE – Ancora una volta è tempo di bilanci per la palla ovale. Economici, con la ratifica del consuntivo 2015. E politici, con le elezioni presidenziali. L’approvazione del bilancio (condizione imprescindibile per il voto sulle cariche) è arrivata solo due giorni prima della riunione elettiva. In Federazione, infatti, sapevano che avrebbe riservato una brutta sorpresa: un passivo di 1,13 milioni di euro, dovuto al contributo alla franchigia delle Zebre che il Consiglio avrebbe voluto allocare nel preventivo 2016 e che invece si è dovuto anticipare al 2015, facendo saltare ai conti. C’è anche un giallo sulla reale entità del segno meno: secondo l’Ansa potrebbe toccare i 2 milioni di euro, a causa di oneri straordinari per la ricostruzione del fondo di solidarietà. Qualcuno aveva ventilato addirittura l’ipotesi del commissariamento da parte del Coni, ma in realtà lo statuto prevede solo che la Giunta “approva i bilanci delle Federazioni e vigila sul loro corretto funzionamento”. Il passivo certamente non è indice di buona gestione, ma è coperto dal patrimonio federale, e verrà comunque recuperato nel bilancio del prossimo anno (sgravato da quel milione di euro “ballerino”).

TANTI INVESTIMENTI, SOLO FIGURACCE – Quel segno meno, però, riporta d’attualità il dibattito su come siano stati spesi tutti questi soldi. Dopo il boom di inizio Anni Duemila, oggi la Fir è la seconda federazione più ricca ed importante del Paese: fattura ogni anno oltre 40 milioni di euro, grazie agli sponsor e ai ricavi del Sei Nazioni. Certo, il divario rispetto alle realtà celtiche (Scozia, Galles, Irlanda, per non parlare di Francia e Inghilterra) è ancora ampio. Ma dentro i confini italiani il rugby ormai si colloca alle spalle solo del calcio, davanti (e per distacco) a sport nazionali come pallacanestro, volley, ciclismo. Nell’ultimo anno la Fir ha speso 8 milioni e mezzo di euro per le due franchigie (Treviso e Zebre) che giocano nel Pro 12, 1,25 milioni per partecipare alla Celtic League, 3,2 milioni nelle accademie giovanili. Nessun altro sport in Italia può permettersi simili investimenti. Sul campo, però, i risultati peggiorano invece di migliorare: la nazionale al Sei Nazioni ha chiuso all’ultimo posto con tanto di cucchiaio di legno (riservato a chi perde tutte le partite) e ha disputato un pessimo mondiale. Le due franchigie Zebre e Treviso fanno fatica persino a sopravvivere: la prima è tornata ad essere a maggioranza privata dopo anni di gestione federale, la seconda ha conosciuto diversi sconvolgimenti societari. Entrambe hanno bisogno di essere finanziate dalla Federazione per stare nel Pro 12 (dove negli ultimi tre campionati sono arrivate sistematicamente ultima e penultima). Complessivamente, nella stagione 2015/2016 le tre rappresentative riconducibili alla Fir (nazionale, Treviso e Zebre) hanno disputato 71 incontri. E ne hanno persi 56: una media desolante del 79% di sconfitte.

GAVAZZI RIELETTO – Il progetto piramidale del rugby italiano (accademie, campionato, due franchigie in Celtic League e poi il vertice della nazionale) continua ad essere un fallimento. E a bruciare risorse che si potrebbero spendere altrimenti sul territorio. Ce ne sarebbe abbastanza per pensare a una rifondazione. Per tutta risposta, l’assemblea elettiva ha riconfermato alla sua guida il presidente uscente. Nonostante gli sviluppi degli ultimi giorni (e le delusioni degli ultimi anni), il ribaltone guidato dallo sfidante Marzio Innocenti si è fermato al 44% dei voti. “Stavolta non ha vinto il migliore. Ma evidentemente il rugby italiano è soddisfatto di come vanno le cose”. Alfredo Gavazzi, 66 anni, al secondo mandato, promette invece di “essere il presidente di tutti e di lavorare per la crescita del nostro magnifico sport”. Ancora una volta: prima di diventare il numero uno della Fir, era stato per 12 anni vice dell’ex presidente Dondi. Come si dice: squadra che vince non si cambia.

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