Italia Rugby 675 275

Agli appassionati della palla ovale, quest’invito (e forse tutto questo post) suonerà come una bestemmia. Al massimo va considerata come una provocazione, ma fino a un certo punto. Forse il rugby italiano dovrebbe davvero prendere esempio dal calcio, per fare il salto di qualità che tutti auspicano da anni. I Mondiali di Inghilterra 2015 sono stati più che deludenti, ora c’è una nazionale intera da rifondare. Il nostro rugby è praticamente all’anno zero . E l’impressione è che abbia perso una grande occasione nell’ultimo decennio.

Il movimento ha avuto a disposizione una generazione mediamente talentuosa, con alla testa uno dei più forti giocatori al mondo come Parisse (chissà quando ricapiterà). L’attenzione, anche mediatica, è salita in maniera esponenziale. Sono cresciuti pure i finanziamenti Coni: nulla a che vedere con il calcio e altri sport nazionali, comunque risorse importanti. Ma non è cambiato nulla, anzi. La responsabilità è di scelte sbagliate a livello tecnico (Mallet e Brunel sono stati due pessimi ct) e federale (il progetto delle franchigie in Celtic League non ha portato i risultati sperati). Discorso complesso.

Ma c’è anche un altro aspetto. Il rugby in Italia continua ad essere una strana roba: per tanti solo folklore, paragonabile ad una sagra di paese. Per altri disciplina quasi mistica, riservata a pochi eletti. Due estremi senza via di mezzo: tra chi non riesce a guardar oltre a terzo tempo e boccali di birra; e altri, per cui chiunque gioca o soltanto guarda il calcio non deve permettersi di parlare della palla ovale. Manca la normalità, l’abitudine a considerarlo uno sport come gli altri.

Al nostro rugby, forse, servirebbe un po’ di sana “incazzatura” pallonara per una squadra che non vince (quasi) mai. Piangere, arrabbiarsi, magari anche contestare quando la nazionale perde (e ultimamente ha perso spesso, e anche male) come avviene nel calcio. Dare importanza al risultato, che non deve diventare un’ossessione ma neppure può passare sempre e comunque in secondo piano. Se l’Inghilterra del rugby esce al primo turno del Mondiale di casa è dramma nazionale. Perché gli sport scatenano passioni forti. E lo sport agonistico non può prescindere dal risultato. In altri settori, un mondiale come questo (anzi, un ciclo intero come gli ultimi 4-8 anni), scatenerebbe un terremoto, a partire dal malcontento dei tifosi. In Italia si continuano a sentire frasi come “l’importante è giocare a testa alta”. O alla prima critica, risposte tipo “ma cosa ne capite voi, pensate al calcio”. In un misto di rassegnazione e disinteresse snobistico per il risultato che non fa bene a nessuno. Soltanto quando smetteremo di fare la ola sotto di 40 punti (stile Sei Nazioni 2015), forse, il rugby italiano riuscirà a crescere veramente. E sarà il caso di farlo quanto prima. Perché chi non va avanti, di solito torna indietro.

Twitter: @lVendemiale